A Kathmandu si dice, non del tutto per modo di dire, che una dea viva davvero in un palazzo nel centro della città. E che ogni tanto si affacci alla finestra.
La valle di Kathmandu, cuore culturale del Nepal, ospita sette siti dichiarati patrimonio UNESCO in un’area di pochi chilometri quadrati: le piazze Durbar di Kathmandu, Patan e Bhaktapur, gli stupa buddisti di Swayambhunath e Boudhanath, il tempio induista di Pashupatinath e il complesso di Changu Narayan.
La densità di templi e santuari, induisti e buddisti fianco a fianco, spesso condivisi dagli stessi fedeli, riflette un sincretismo religioso che nella valle è la norma più che l’eccezione, frutto di secoli di convivenza tra le due tradizioni.
La dea a cui si accennava all’inizio è la Kumari, una bambina scelta secondo criteri tradizionali molto rigidi per incarnare la dea Taleju fino all’arrivo della pubertà, quando viene sostituita da un’altra bambina. Vive nel Kumari Ghar, un palazzo affacciato su Durbar Square, e si mostra ai visitatori solo in rare occasioni, quasi sempre senza che sia permesso fotografarla.
È una delle tradizioni viventi più particolari dell’intera Asia meridionale, sopravvissuta praticamente intatta a monarchie, terremoti e cambi di regime.
Il terremoto del 2015 ha danneggiato pesantemente diversi monumenti della valle, molti dei quali sono stati ricostruiti negli anni successivi con tecniche tradizionali, spesso grazie al lavoro degli stessi artigiani locali che li avevano restaurati in passato.
Anche il traffico e la crescita urbana degli ultimi decenni hanno cambiato il volto della valle, ma i cortili interni dei quartieri più antichi conservano ancora l’atmosfera descritta dai primi viaggiatori europei arrivati in valle ormai oltre un secolo fa, tra templi e cortili nascosti.
