Confesso una piccola ossessione: colleziono statue di Ganesha da anni, ovunque le trovi in viaggio. Ogni volta imparo un pezzo in più della sua storia.
Ganesha è uno degli dei più amati e riconoscibili dell’induismo, figlio di Shiva e Parvati, venerato come colui che rimuove gli ostacoli, Vighnaharta, e per questo invocato all’inizio di qualsiasi impresa importante: un matrimonio, un viaggio, l’apertura di un negozio, persino la prima pagina di un libro. La sua testa di elefante nasce da un mito controverso e affascinante insieme: secondo una delle versioni più diffuse, Shiva, non riconoscendo il figlio che Parvati aveva creato in sua assenza, lo decapitò per errore, e per rimediare gli sostituì la testa con quella del primo animale incontrato, un elefante. Da lì Ganesha divenne il simbolo di saggezza, memoria e capacità di adattarsi, qualità tradizionalmente associate proprio all’elefante.
Ogni dettaglio della sua iconografia ha un significato: la zanna spezzata, che secondo la tradizione usò come penna per trascrivere il poema epico Mahabharata sotto dettatura del saggio Vyasa, sacrificando così un pezzo di sé per la conoscenza; il topo Mushika, il suo veicolo, che rappresenta il desiderio tenuto sotto controllo nonostante le piccole dimensioni; la pancia generosa, simbolo di prosperità e accoglienza. In India, ma anche in Nepal e in altre zone dell’Asia meridionale, la sua immagine compare all’ingresso di case, negozi e uffici, quasi sempre come primo saluto a chi entra, e ogni anno, durante il festival del Ganesh Chaturthi, migliaia di statue vengono immerse nei fiumi e nel mare a conclusione delle celebrazioni.
Per chi colleziona le sue statue, come capita a me, ogni versione racconta anche qualcosa del luogo dove è stata scolpita.
Le divinità induiste più rilevanti per chi viaggia in India hanno una guida dedicata sul blog, con tutti i simboli da riconoscere nei templi.
