Camminando per le strade di Phnom Penh, la sensazione è chiara anche senza consultare una statistica: la Cambogia è un paese pieno di ragazzi e ragazze giovanissimi.
La piramide demografica cambogiana è tra le più giovani dell’Asia, con un’età media della popolazione nettamente inferiore rispetto ai paesi vicini come Thailandia o Vietnam. Le ragioni sono in gran parte una diretta conseguenza degli anni del regime dei Khmer Rossi, tra il 1975 e il 1979, quando il paese perse circa un quarto dei suoi abitanti tra esecuzioni, lavoro forzato e carestia, con un impatto demografico che colpì in modo sproporzionato gli adulti in età lavorativa e le persone istruite. Nei decenni successivi alla caduta del regime, la popolazione sopravvissuta ha registrato tassi di natalità molto elevati, in parte come naturale ripresa demografica dopo un evento traumatico di quella portata.
Il risultato visibile oggi è un paese dove la maggioranza della popolazione non ha vissuto direttamente quegli anni, ma ne porta comunque l’eredità indiretta, nella composizione delle famiglie e nella memoria collettiva trasmessa dai nonni o dai genitori. Questa gioventù demografica ha anche conseguenze economiche e sociali di segno diverso: una forza lavoro numerosa e in crescita, ma anche la necessità di creare rapidamente istruzione e occupazione per milioni di giovani in un’economia ancora in fase di sviluppo. Le stime internazionali collocano l’età media della popolazione cambogiana tra le più basse del continente asiatico, un dato che si percepisce facilmente anche solo camminando per i mercati delle città principali del paese, tra bancarelle gestite da ragazzi giovanissimi.
È uno di quei dati statistici che, se contestualizzato con attenzione, racconta la storia recente di un paese meglio di molte descrizioni turistiche.
