La Kora, ovvero come la devozione tibetana trasforma un semplice giro in un atto sacro
Se siete mai stati a Lhasa — o anche solo davanti a una foto del Barkhor all’alba — avrete visto qualcosa di difficile da spiegare a chi non c’era: uomini e donne che camminano in silenzio, con il rosario tra le dita, seguendo lo stesso percorso in cerchio, ancora e ancora, con la stessa direzione invariabile. Non è una passeggiata. Non è nemmeno un rito folkloristico per i turisti.
È la kora.
Questa parola — così breve, così densa — contiene una delle pratiche più radicate e quotidiane dell’intera tradizione buddista tibetana. Vale la pena capirla, anche solo per guardare in modo diverso i pellegrini che incontrerete.
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1. Cosa significa kora
In tibetano, kora significa letteralmente «circonvallazione» o «giro». Nella pratica buddista indica la circumambulazione rituale (… forse mi ripeto, ma si dice così, ho controllato…) attorno a un luogo sacro — un tempio, uno stupa, un monastero, una montagna — compiuta sempre in senso orario, seguendo la direzione del sole. L’idea di fondo è che camminare attorno a un luogo sacro, con la mente raccolta e il corpo in movimento, generi merito spirituale (in tibetano: sonam), un po’ come recitare una preghiera, ma con i piedi invece della voce.
Non si tratta di una pratica riservata a monaci o iniziati: chiunque può farla, in qualsiasi momento della giornata. È, in questo senso, una delle forme di devozione più popolari e diffuse del Buddismo tibetano.
2. Il senso orario: perché sempre nella stessa direzione
La direzione oraria non è arbitraria. Segue il movimento del sole nel cielo dell’emisfero nord e corrisponde alla direzione della rotazione delle ruote della preghiera. Nel Buddismo tibetano, il senso orario è associato alla vita, alla crescita spirituale e all’armonia con il cosmo.
Fanno eccezione i seguaci della tradizione Bön — la religione autoctona del Tibet, precedente all’arrivo del Buddismo — che compiono la circumambulazione in senso antiorario. Se in Tibet vedete qualcuno camminare «contromano» rispetto alla corrente generale, quasi certamente si tratta di un praticante Bön, oppure sono io.
3. Cosa si fa durante la kora
Chi fa la kora porta spesso con sé un mala (rosario buddista ed induista, di solito a 108 perle, 108 è il numero sacro) o una ruota della preghiera da far girare durante il cammino. Alcune persone recitano mantra — il più comune è Om Mani Padme Hum — altre camminano in silenzio, con la mente raccolta.
Esiste una forma di kora ancora più intensa, praticata dai pellegrini più devoti: la circumambulazione prostrandosi. Ogni tre passi, il pellegrino si distende completamente a terra, misura la propria lunghezza sul percorso, si rialza, avanza fino al punto raggiunto dalle mani e si ridistende. Quella che potrebbe essere una passeggiata di un’ora diventa così un’esperienza di giorni — o di settimane, nel caso delle kora più lunghe, come quella attorno al Monte Kailash.

Per chi visita il Tibet senza esperienza del Buddismo, la kora è anche uno dei modi più naturali per avvicinarsi ai luoghi sacri senza sentirsi ospiti fuori posto: ci si mette semplicemente a camminare nella stessa direzione degli altri. Con rispetto.
4. Il mantra Om Mani Padme Hum
Ho citato prima questo mantra e vi imbatterete sicuramente in queste sei sillabe, incise su pietre, stampate su bandierine colorate o mormorate all’infinito dai fedeli: Om Mani Padme Hum. Spesso tradotto semplicisticamente come “Salve, o Gioiello nel fiore di Loto”, il suo significato è in realtà un intero universo di insegnamenti buddisti racchiuso in un suono.
Leggi l’approfondimento su questo mantra nell’articolo dedicato.
È come un kit di pronto soccorso per l’anima in sei sillabe, capace di curare ogni afflizione e di far fiorire le proprie qualità migliori.
5. I luoghi della kora: dal Barkhor al Kailash
Quasi ogni luogo sacro del Tibet ha la propria kora. Le più conosciute:

Il Barkhor di Lhasa
È la kora più accessibile e più frequentata. Il Barkhor è il percorso di circa 800 metri che circonda il Tempio di Jokhang: vi si cammina all’alba, quando i pellegrini cominciano il loro giro quotidiano prima che la città si svegli, e fino al tramonto. È un’esperienza che si può fare in venti minuti o in tutta la giornata, a seconda del ritmo e dell’intenzione.
La kora del Potala
Circonda il Palazzo del Potala: circa 3,5 chilometri lungo i viali e i muri del complesso. Meno famosa del Barkhor, ma ugualmente sentita dalla popolazione locale, che la percorre soprattutto nelle prime ore del mattino.
La kora di Ganden
Il monastero di Ganden, a 40 chilometri da Lhasa su un’altura a oltre 4.300 metri, ha una kora panoramica di circa due ore attorno alle mura. Offre viste eccezionali sulla valle del Kyichu e sul complesso monastico dall’alto. È una delle kora più belle fisicamente.
La kora del Monte Kailash
È la grande kora per eccellenza: 52 chilometri attorno alla montagna sacra per eccellenza del Tibet (e dell’induismo, del Jainismo e del Bön). Il punto più alto del percorso è il Drölma La, a 5.636 metri. Si compie in tre giorni a piedi, con tappe fisse. Per i tibetani, compierla una volta nella vita equivale a cancellare i peccati di un’esistenza; 108 volte equivale all’illuminazione. Una singola kora del Kailash è già una delle esperienze più impegnative — e più memorabili — che si possano fare in Asia.

6. Il sonam o merito spirituale: come funziona
Nella cosmologia buddista tibetana, ogni azione — fisica, verbale o mentale — produce conseguenze karmiche. La kora rientra nelle azioni positive, quelle che accumulano merito (sonam): un tipo di energia spirituale positiva che favorisce una rinascita migliore, la riduzione della sofferenza e, alla lunga, il progresso verso la liberazione.
Il merito non dipende solo dall’azione in sé, ma anche dall’intenzione con cui viene compiuta. Una kora fatta con la mente raccolta e il cuore aperto vale più di cento giri distratti. Questa dimensione interiore è ciò che distingue la circumambulazione buddista da una semplice camminata.
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A volte chi cammina in cerchio non è perduto.
Ci ho messo un po’ a capirlo. Poi mi sono messo a camminare nella stessa direzione degli altri e ho smesso di cercare la meta. Ovunque sia il tuo cammino, sei già nel posto dove dovresti essere. Oggi è il giorno giusto, questo è il momento giusto, queste sono le persone giuste.
7. Informazioni pratiche
La kora del Barkhor è percorribile liberamente, senza biglietto, in qualsiasi momento della giornata, ma dovete passare i controlli di sicurezza (non portate accendini che sono vietati). Per la kora del Potala non ci sono restrizioni particolari. La kora di Ganden richiede l’ingresso al complesso monastico (biglietto a pagamento). La kora del Kailash richiede il Tibet Travel Permit e i permessi aggiuntivi per le zone di frontiera: va organizzata con un’agenzia accreditata.
Tibet
Il Tibet è uno dei luoghi più remoti e spiritualmente densi del pianeta. Arroccato sull’altopiano più alto del mondo — a oltre 4.000 metri di media — è stato per secoli il cuore del Buddismo tibetano e custodisce un patrimonio culturale straordinario, fatto di monasteri, bandiere di preghiera, pellegrinaggi e un rapporto con il tempo che l’Occidente ha quasi dimenticato.
Visitarlo richiede preparazione, permessi speciali e un briciolo di umiltà: non è una destinazione che si visita, è una destinazione che si affronta.
Cominciate con Lhasa: la capitale spirituale del Tibet e scoprite cos’è la Kora: camminare come forma di preghiera nel Buddismo tibetano. poi potreste decidere di affrontare la mitica G 318: da Shanghai al Tetto del Mondo, passando per la strada più bella del pianeta.
Prima di partire, due consigli pratici che vengono dall’esperienza:
- Non sottovalutate l’altitudine, informatevi e siate preparati ad un paio di giorni di disagi per l’adattamento. Non succede a tutti, ma può succedere e in ogni caso passa, rimane solo il ricordo.
- Alla frontiera con il Nepal possono sequestrare le guide di viaggio o i libri che parlano di Tibet, Taiwan o Xinjiang e tutto ciò che contiene cartine geografiche. Portatevi un Kindle*
Qualche lettura per prepararsi: Heinrich Harrer racconta il Tibet meglio di chiunque altro — il suo Sette anni in Tibet resta un punto di partenza imprescindibile, ma spiego meglio il tutto nell’articolo sui libri per il Tibet.

