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Viaggio in Tibet: 6 + 1 tappe fondamentali lungo la Friendship Highway 318
← Prima parte: Cosa vedere a Lhasa — la mia guida personale alla capitale spirituale del Tibet
Questo articolo descrive le sette tappe principali che completano l’itinerario di viaggio in Tibet cominciato a Lhasa, fino ai piedi del Chomolungma ed integrano in modo dettagliato l’articolo La G 318 in Cina: da Shanghai al Tetto del Mondo, passando per la strada più bella del pianeta
Se Lhasa è il cuore spirituale del Tibet, la strada che porta verso ovest da Lhasa a Shigatse, la Friendship Highway e le sue varianti, è il suo sistema circolatorio. In poche ore di percorrenza si passa da 3.600 metri di quota ai 4.800 del passo di Kampa La, con il lago Yamdrok che si apre all’improvviso come un gioiello turchese tra le montagne. Poi Gyantse, Shigatse, e nel mezzo una serie di soste che valgono da sole il viaggio in Tibet. Questo articolo descrive le quattro tappe principali che completano l’itinerario cominciato a Lhasa.
L’articolo in breve
In questo articolo:
- L’itinerario da Lhasa al Campo Base Nord dell’Everest copre circa 600 km e si percorre in 4-5 giorni di viaggio
- Le sette tappe principali sono: Ganden, passo Kampa La con il lago Yamdrok, Gyantse, Shigatse, Sakya, Tingri e il Monastero di Rongbuk
- Per tutta la Regione Autonoma del Tibet è obbligatorio il Tibet Travel Permit e una guida locale accreditata; per la zona dell’Everest serve un permesso aggiuntivo
- Il periodo migliore è la primavera (aprile-maggio) per cielo limpido e accesso al Campo Base; l’autunno (settembre-ottobre) è una valida alternativa
ATTENZIONE: le indicazioni presenti negli articoli sono fornite gratuitamente a scopo divulgativo e potrebbero essere non aggiornate o incomplete. Prima di acquistare, di prenotare o di partire, consultate sempre i siti ufficiali. Alcuni link in questo articolo sono link di affiliazione (anche i link ad Amazon*). Gli articoli aggiornati o pubblicati a partire da febbraio 2024 riportano un asterisco* accanto ai link di affiliazione.

1. Il monastero di Ganden (40 km da Lhasa)
Il nostro viaggio in Tibet, dopo aver lasciato Lhasa, descritta nel primo articolo, prosegue verso Ganden.
Ganden dista quaranta chilometri da Lhasa, ma la distanza simbolica è zero. Fondato nel 1409 da Tsongkhapa in persona, il maestro che diede vita alla scuola Gelug — quella che sarebbe diventata la corrente dominante del Buddhismo tibetano — Ganden non è un monastero tra i tanti, ma il monastero originale da cui gli altri due grandi, Sera e Drepung, hanno tratto ispirazione e metodo.
Sono le tre università monastiche Gelug, ma Ganden occupa un posto di rilevo nella gerarchia: il suo abate supremo è la terza figura religiosa dell’intera scuola, dopo il Dalai Lama e il Panchen Lama.
Il nome tibetano completo è Dga’ ldan dgon pa — dove “dgon pa” (occidentalizzato in Gompa) significa semplicemente monastero, e “Dga’ ldan”, tradotto alla lettera, significa qualcosa come “dimora della gioia” o “pieno di gioia”.
Al di là della poeticità del nome, Ganden è un riferimento preciso: è il modo tibetano di rappresentare Tuṣita, il paradiso buddista dove vive Maitreya, il Buddha del futuro, in attesa di scendere un giorno nel nostro mondo.
L’idea è che questo luogo debba essere una specie di Tuṣita sulla Terra, un centro di studio e pratica così serio da evocare il reame ideale legato al futuro.
Il complesso si trova arroccato sul Monte Wangbur, a oltre 4.300 metri di quota. La strada per arrivarci non è banale e la visita richiede mezza giornata, ma il percorso di kora attorno alle mura apre su panorami sulla valle del fiume Kychu.
Se riuscite ad arrivare in concomitanza di uno dei due grandi appuntamenti annuali del monastero, siete nel posto giusto al momento giusto.
- Il primo è il festival del Thangka, che si tiene il quindicesimo giorno del sesto mese lunare tibetano — generalmente tra luglio e agosto, nel 2026 cade il 29 luglio — quando un enorme thangka raffigurante il Buddha viene dispiegato sulle mura esterne del monastero al sorgere del sole, davanti a migliaia di pellegrini accorsi da ogni angolo del Tibet.
- Il secondo è il Galdan Ngamchö, che ricorre il venticinquesimo giorno del decimo mese lunare — solitamente a dicembre — nell’anniversario della morte di Tsongkhapa: i lama accendono lampade di burro sugli altari dentro e fuori il monastero e una grande statua di Buddha viene esposta durante il giorno, mentre di notte l’intero complesso si illumina.
Prima dell’annessione alla Cina, Ganden ospitava circa seimila monaci ed era uno dei principali centri di formazione teologica del Tibet. Nel 1958 il quattordicesimo Dalai Lama vi sostenne gli esami finali del suo percorso di studi. Pochi anni dopo, durante la Rivoluzione Culturale, il monastero fu raso al suolo: la tomba di Tsongkhapa, rivestita d’oro e d’argento, fu distrutta insieme ai suoi resti.
Quello che si visita oggi è in buona parte ricostruito, ma le tracce di quella storia non sono state cancellate — e questa stratificazione di bellezza e rovina è forse ciò che rende Ganden uno dei luoghi più intensi dell’intera regione.

2. Il Monastero di Pelkor Chode e il Kumbum di Gyantse (230 da Lhasa)
Pelkor Chode si trova a Gyantse, circa 230 chilometri a sud-ovest di Lhasa, raggiungibile percorrendo la Strada Nazionale S307 — quella che i viaggiatori chiamano informalmente il percorso meridionale della Friendship Highway.
È un tragitto che vale già da solo: dal passo di Kampa La, a quasi 4.800 metri, si apre all’improvviso la vista sul lago Yamdrok, uno dei laghi sacri del Tibet, con le sue acque di un turchese così intenso da sembrare finto. Più avanti, il passo di Karo La regala un altro momento raro: un ghiacciaio che scende praticamente fino alla strada.
Gyantse si incontra circa un’ora dopo aver lasciato le sponde del lago, e ha senso unire la visita a quella di Tashilhunpo aShigatse, distante un’altra ora di strada, in un itinerario di due o tre giorni fuori da Lhasa.
Il monastero fu fondato nel primo quarto del XV secolo dal principe Rabten Kunzang Phak, che volle costruire qualcosa di insolito per l’epoca: un complesso capace di ospitare sotto lo stesso tetto tre scuole diverse del Buddhismo tibetano — Sakya, Kadampa e Gelug — che allora erano spesso in competizione tra loro. Questa convivenza è rimasta una delle caratteristiche distintive di Pelkor Chode, e si percepisce ancora oggi nell’atmosfera del posto, meno rigidamente identitario di altri grandi monasteri.

2.1 Kunbum – centomila immagini sacre
Ma l’elemento che toglie il fiato è il Kumbum: uno stupa a nove livelli alto 32 metri, costruito tra il 1427 e il 1437, che racchiude al suo interno 76 cappelle, circa 10.000 immagini di Buddha tra statue e affreschi murali e 108 porte — numero sacro nel Buddhismo, lo stesso numero che si ritrova nelle perle del mala. La parola kumbum in tibetano significa letteralmente “centomila immagini sacre“, e la struttura è concepita come un mandala tridimensionale: salire di piano in piano corrisponde simbolicamente a percorrere le tappe del cammino verso l’illuminazione. I murali del XIV e XV secolo, con le loro influenze tibetane, nepalesi e cinesi mescolate, sono tra i meglio conservati del Tibet. Portate una torcia: la luce all’interno è scarsa e molti affreschi meritano di essere visti bene.
Il complesso ha subito danni durante la Rivoluzione Culturale, ma in misura minore rispetto ad altri monasteri della regione, e conserva ancora i segni di un assalto precedente. Nel 1904 le truppe britanniche della spedizione Younghusband attaccarono Gyantse, e i fori dei proiettili rimasti su alcune pareti del monastero sono ancora visibili.
Una storia che rende Pelkor Chode un luogo difficile da categorizzare semplicemente come sito turistico.

3. Il monastero di Tashilhunpo (Shigatse 280km da Lhasa)
Tashilhunpo si trova a Shigatse, la seconda città del Tibet, a circa 280 chilometri dalla capitale Lhasa lungo la Friendship Highway. È però un monastero talmente rilevante da meritare una deviazione — o da giustificare l’estensione del viaggio di qualche giorno in più.
Fu fondato nel 1447 da Gendün Drup, uno dei principali discepoli di Tsongkhapa. Solo dopo la sua morte, la tradizione tibetana lo riconobbe come la prima incarnazione del Dalai Lama — all’epoca il concetto di Dalai Lama non esisteva ancora, e fu costruito a ritroso nel tempo.
Nel corso del XVII secolo il monastero divenne la residenza ufficiale dei Panchen Lama, la seconda carica religiosa del Buddhismo tibetano dopo il Dalai Lama. Da quel momento in poi ogni Panchen Lama ha contribuito ad ampliarne il complesso, fino a farne un labirinto di cortili lastricati, cappelle, mausolei e vicoli acciottolati che si estende per circa 150.000 metri quadrati ai piedi del monte Drolmari, con i tetti dorati visibili già dall’ingresso della città.
L’elemento che più sorprende all’interno è il Tempio di Maitreya, costruito nel 1914 dal nono Panchen Lama per ospitare la statua del Buddha del futuro: 26 metri di altezza, 279 chili d’oro e 150.000 chili tra rame e ottone, realizzata in nove anni da oltre novecento artigiani tibetani e nepalesi. È considerata la più grande statua dorata di un Buddha seduto al mondo.
A differenza di Ganden, Tashilhunpo ha attraversato la Rivoluzione Culturale con danni relativamente limitati — anche se alcuni stupa funerari dei Panchen Lama furono distrutti e poi ricostruiti. Il monastero è ancora oggi una comunità religiosa viva, con circa 800 monaci residenti, e questo si avverte camminandoci dentro: non è solo un museo, è un luogo che funziona.
Nel 1995 si aprì una controversia sulla successione dell’undicesimo Panchen Lama. Il Dalai Lama riconobbe un bambino di sei anni, come nuova incarnazione, ma il governo cinese non accettò questo riconoscimento e indicò un altro bambino per la stessa carica. Chi visita il monastero oggi lo fa in questo contesto — una storia complessa che appartiene al luogo quanto i suoi tetti dorati.

4. Il Vidyadhara Stupa e il Monastero di Sakya (circa 410 km da Lhasa)
Il Monastero di Sakya si raggiunge lasciando la Friendship Highway a Lhatse e imboccando la strada provinciale che risale verso sud la valle del fiume Trum Chu — circa 25 chilometri di deviazione rispetto all’itinerario principale. La città è piccola e l’atmosfera è diversa da quella dei grandi monasteri turistici: meno folla, più silenzio.
Appena fuori dall’abitato, un cartello segnala due destinazioni a poche centinaia di metri l’una dall’altra: la Vidyadhara Stupa (in cinese 持明佛塔, “stupa del detentore della conoscenza”) e il Monastero di Sakya, a 150 metri di distanza. In tibetano il termine vidyadhara — rig ‘dzin — indica chi custodisce la conoscenza tantrica trasmessa per linea diretta di maestro in discepolo: non è un ornamento, è una categoria precisa nel Buddhismo tibetano Vajrayana. La stupa è una struttura consacrata inserita nel paesaggio brullo della valle: non è documentata in dettaglio nelle fonti accessibili, ma la prossimità al monastero Sakya la colloca chiaramente all’interno di questa tradizione. Vale una sosta.

Il Monastero di Sakya fu fondato nel 1073 da Khön Könchok Gyalpo sul sito di una piccola cappella preesistente, sul lato nord del fiume Trum Chu. Le mura sono inconfondibili: bande verticali rosse, bianche e grigie che simboleggiano rispettivamente Manjushri (la saggezza), Avalokiteshvara (la compassione) e Vajrapani (il potere). In un Tibet dove molti monasteri seguono l’architettura Gelug con i tetti dorati, l’aspetto di Sakya ha una sua identità netta, quasi militare.

Tra il XIII e il XIV secolo la scuola Sakya esercitò un’influenza politica rilevante sull’intera regione tibetana grazie alla protezione dei Khan mongoli: i lama di Sakya governarono di fatto il Tibet per conto di Kublai Khan. Di quella stagione restano tracce ovunque. La biblioteca è la più citata: nel 2003 fu scoperto un muro lungo 60 metri e alto 10 che conteneva circa 84.000 manoscritti sigillati, molti dei quali non erano stati aperti da secoli. Il monastero settentrionale, sull’altra sponda del fiume, fu distrutto durante la Rivoluzione Culturale e non è stato ricostruito. Quello meridionale è ancora in piedi e ospita una comunità monastica attiva.

5. Tingri: la porta dell’Everest (circa 500 km da Lhasa)
Tingri si trova a circa 560 chilometri da Lhasa e a circa 60 chilometri dal confine con il Nepal, lungo la G318. È il punto in cui le strade si dividono: chi prosegue verso sud imbocca la S207 in direzione del Campo Base dell’Everest; chi continua verso ovest prosegue sulla Friendship Highway verso Gyirong e il confine.
É una piccola città sull’altopiano — poco più di una strada e qualche negozio, ma una tappa fondamentale in un Viaggio in Tibet.
E’ anche il luogo dove c’è l’unico e il più storico hotel nella zona del campo base dell’Everest: l’Everest Hotel.
Esteticamente nulla di che, una costruzione persa in una piccola cittadina dove durante il giorno non si vede anima viva, salvo che si entri per un tè in uno delle poche locande del paese oltre il fiume o che si vada ad acquistare qualche snack o rimedio contro il mal di testa nell’unico negozio che funge da supermercato e farmacia.
Ho voluto testare subito il negozietto: i biscotti sono buoni e devo dire che le bustine contro il mal di testa funzionano, dopo un giorno di su e giù per l’Himalaya, la mia testa era provata! La farmacista (era una farmacista?), dopo una mia spiegazione a base di gesti e poco più di qualche parola in cinese, me ne ha dato una scatola con un centinaio di bustine.
Al bar di fianco ho chiesto un bicchiere d’acqua pensando che fossero pastiglie ed il gentilissimo proprietario, invece, mi ha spiegato che devi ingoiare il contenuto della bustina e berci sopra un po’ d’acqua.
Il sapore è indimenticabile, in senso negativo ovviamente, come d’altro canto è indimenticabile il tè d’orzo e burro di Yak che ho trangugiato cercando di trovare un senso al sapore e sognando una tazza di un buon caffè
Sono quelle esperienze che rendono il viaggio degno di essere vissuto e che poi, come in questo caso, racconti agli amici per farti quattro risate.

Com’è dormire a 4.300 metri?
Dormire a 4.300 metri non è uno scherzo, ma neanche una tragedia, devo dire che un po’ di patema d’animo la mancanza di ossigeno me l’aveva creata, ma alla fine sono riuscito a riposare meglio che in altri posti ad altitudini meno estreme.
D’altro canto, come tutti gli hotel sulla Friendship Highway, anche questo era dotato di impianto d’ossigeno in camera, il che rendeva l’avventura forse un po’ meno romantica, ma lasciava meno spazio alle proeccupazioni.
A dire il vero l’ossigeno l’ho acceso solo mezz’ora più per togliermi il cruccio che per una reale esigenza,
Ritornando al luogo in se, dicono che nelle giornate limpide da qui si vedono contemporaneamente quattro delle vette più alte del mondo: l’Everest, il Lhotse, il Cho Oyu e il Makalu. Ma il cielo non era limpido.
Sopra la città, i resti dello Shekar Dorje Dzong — la fortezza con il monastero Shekar Chode al suo interno, ancora in fase di restauro dopo i danni della Rivoluzione Culturale — offrono un punto di vista privilegiato sulla pianura e sull’Himalaya sullo sfondo, ma sono rimasti un progetto per il prossimo viaggio.
6. Il Monastero di Rongbuk e il Campo Base Nord dell’Everest (circa 100 km da Tingri)
Il Monastero di Rongbuk si trova a 5.100 metri di quota — il che lo rende uno dei monasteri abitati più alti del mondo. Fu fondato nel 1902 dal lama Nyingma Ngawang Tenzin Norbu e appartiene alla scuola Nyingma, la più antica del Buddhismo tibetano.
La comunità monastica è piccola, ma attiva tutto l’anno in condizioni che, parlando eufemisticamente, non sono comode. Da qui la parete nord del Chomolungma — il nome tibetano dell’Everest, “Dea Madre del Mondo” — è già visibile: non in lontananza, ma dritta di fronte, come se la montagna stesse guardando dall’alto, questo ovviamente se c’è buona visibilità, che come vedete dalle foto, non ho avuto.

Il Campo Base, sul lato tibetano dell’Everest, si trova a adiacente al monastero, anche se il vero e proprio campo base, dove fanno tappa gli alpinisti, in realtà è distante qualche chilometro.
È un posto che mette le cose in prospettiva: la montagna è vicina quanto basta per capire che non si tratta di una questione di metri, ma di qualcosa di molto più difficile da misurare.
Da qui partirono, tra gli altri, Mallory e Irvine nel 1924 nel loro tentativo di raggiungere la cima. Per chi fosse interessato, la spedizione britannica all’Everest del 1924, era la terza di una serie di spedizioni volte all’esplorazione geografica e alla scalata dell’Everest. Questa rimase celebre e avvolta nel mistero perché i due componenti della spedizione: George Mallory e Andrew Irvine scomparvero durante il loro attacco alla vetta. I due furono visti per l’ultima volta mentre stavano ancora salendo, poco sotto la cima della montagna, dopodiché furono inghiottiti da una bufera di neve. Purtroppo, non fecero più ritorno al campo base. Resta ancora da stabilire se Mallory e Irvine siano riusciti a raggiungere la cima prima di morire, anticipando così di quasi 30 anni la storica impresa di Edmund Hillary e Tenzing Norgay. La scoperta del corpo di Mallory nel 1999 non ha fornito risposte definitive. Si continua a cercare la macchina fotografica che probabilmente si trovava con Irvine al momento del disastro.
Il periodo migliore per la visita è la primavera, tra aprile e maggio, quando le spedizioni alpinistiche sono attive e la visibilità è generalmente buona. In estate il monsone porta nuvole; in inverno l’accesso è spesso limitato.


7. Il Fiume Yarlung Tsangpo: dove l’acqua diventa preghiera
Un discorso a parte merita il fiume Sacro a Buddisti ed Indù.

Lo Yarlung Tsangpo, già visibile nella valle adiacente a Lhasa e sulle cui rive sorge l’aeroporto non è semplicemente il fiume più grande del Tibet e il corso d’acqua più alto del mondo: per milioni di persone è qualcosa di molto più difficile da misurare con i metri o i chilometri quadrati. È sacro. È vivo. È, in qualche modo, divino.
Nasce dal ghiacciaio Jiemayangzong, sulle pendici settentrionali dell’Himalaya nel Tibet meridionale, a un’altitudine che supera i 5.000 metri. Da lì scende impetuoso verso est, insinuandosi tra le catene himalayane e il massiccio del Gandise, disegnando uno dei percorsi fluviali più spettacolari del pianeta. Prima di varcare i confini verso l’India, scava quello che è considerato il canyon più profondo e più lungo del mondo, il Grand Canyon dello Yarlung Tsangpo è lungo 500 chilometri con pareti che scendono per oltre 5.000 metri: un abisso che tre volte più profondo dell’omologo Grand Canyon Americano.
Una volta entrato in India, il fiume cambia nome e diventa il Brahmaputra — letteralmente “Figlio di Brahma”, quella che nell’induismo è la divinità creatrice. Non è un dettaglio, è un vero e proprio mito per la tradizione induista, le acque del Brahmaputra portano in sé l’energia generativa del cosmo. Scendendo ancora verso il Bangladesh, il fiume prende il nome di Gyamna e si unisce al Gange prima di sfociare nel Golfo del Bengala, nell’Oceano Indiano. L’incontro tra questi due fiumi sacri è uno dei luoghi sacri dell’Induismo più venerati dell’intero subcontinente.
Per i tibetani, il legame con questo fiume è ancora più profondo. Il nome stesso custodisce una storia: “Yarlung” richiamava l’antenato mitico del primo re tibetano, mentre “Tsangpo” — che i tibetani usano per indicare i grandi fiumi — era anche un titolo onorifico legato al sovrano che unificò l’altopiano e fondò il Regno di Tubo (primo Impero Tibetano). Nominare questo fiume significava, in qualche misura, nominare l’origine stessa della civiltà tibetana.

Non stupisce che il fiume venga considerato alla pari del Monte Kailash e del Lago Manasarovar, i due luoghi più sacri dell’intero Tibet. Secondo la cosmologia tibetana e induista, proprio dal Kailash — che si trova a poche centinaia di chilometri dalle sorgenti dello Yarlung Tsangpo — scaturiscono i quattro grandi fiumi dell’Asia: il Gange, l’Indo, il Sutlej e, appunto, il Brahmaputra. La montagna come centro del mondo, il fiume come sua propaggine vivente.
Dal punto di vista fisico, lo Yarlung Tsangpo è anche una risorsa straordinaria: il suo bacino idrografico è alimentato principalmente dallo scioglimento dei ghiacciai dell’altopiano e dalle piogge monsoniche estive, che ne gonfiano le acque trasformandolo in un fiume possente e a tratti imprevedibile.
Le sue riserve di energia idroelettrica sono seconde in Cina solo allo Yangtze — un paradosso tutto tibetano: un luogo di preghiera che nasconde una delle maggiori potenze energetiche del continente.
Che ci crediate o no, avvicinarmi ai luoghi sacri dell’Induismo è stata una delle emozioni più grandi in questo viaggio, già di per sé carico di significato. La sacralità del luogo si percepisce, emoziona, pervade. È stato solo un attimo, ma il fiume mi ha toccato e mi è venuta la voglia di visitare di nuovo questi luoghi, magari, un giorno, di arrivare fino al Monte Kailash. A volte non ci sono spiegazioni solo emozioni
Conclusioni: il Tibet che resta
Chi percorre questo tratto di strada porta via qualcosa di difficile da definire. Non è solo l’elenco di monasteri visitati o di altitudini raggiunte. È qualcosa che ha a che fare con la proporzione tra le cose: quando passi accanto a un ghiacciaio che scende fino alla strada, o quando il lago Yamdrok si apre all’improvviso dopo una curva, la scala di valori si ricalibra da sola, senza che dobbiate fare niente. Il resto — i monasteri, le statue dorate, le ruote della preghiera, la parete nord dell’Everest — aggiunge strati di senso su quella base.
Siamo arrivati fino al confine nepalese, ma la lista delle cose che restano è ancora lunga. Il lago Peiku Tso, poco citato e visivamente spettacolare, aspetta vicino a Lhatse. La valle di Gyirong, al confine con il Nepal, ha un paesaggio radicalmente diverso da tutto il resto del percorso — verde, umido, quasi sorprendente dopo giorni di altopiano — e per ora è rimasta una cartina geografica. La Grotta di Milarepa, nella zona di Nyalam, è legata al poeta-asceta tibetano dell’XI secolo che è ancora oggi una delle figure più amate dell’intera tradizione buddhista. E poi c’è il Monte Kailash, che è un’altra storia — una di quelle che, una volta che entrano nella testa, non se ne vanno più.
Si torna con qualcosa. Ognuno con la propria cosa.
🐢 Le Meditazioni del Panda dal Tempio di BambùScopri di più su questa rubrica
Le strade più alte non portano solo lontano. Portano sopra.
A 4.800 metri sul passo di Kampa La, con il lago Yamdrok di sotto e il cielo di sopra, avete la sensazione di essere sul tetto del mondo. Non è una metafora. È proprio così che ci si sente!.
Come arrivare e informazioni pratiche
L’itinerario completo da Lhasa al Campo Base Nord dell’Everest si sviluppa su circa 600 chilometri percorribili in quattro o cinque giorni, con possibilità di estendere verso il confine nepalese.
Il Monastero di Ganden si raggiunge in circa un’ora da Lhasa (40 km, strada non sempre agevole). Gyantse e Tashilhunpo a Shigatse si visitano comodamente in un itinerario di due giorni da Lhasa con pernottamento a Shigatse, seguendo la Friendship Highway con la variante meridionale via passo Kampa La per chi vuole vedere il lago Yamdrok. Il Monastero di Sakya richiede una deviazione di circa 25 chilometri dalla G318 all’altezza di Lhatse e si può abbinare a Shigatse in un giorno pieno o con un pernottamento a Sakya. Tingri è la base logistica naturale per il Campo Base: da lì, il monastero di Rongbuk e il Campo Base Nord distano circa 100 chilometri e si raggiungono in due o tre ore. Il tratto finale da Tingri verso il confine nepalese (Gyirong) è percorribile ma richiede una giornata aggiuntiva.
Come per tutta la Regione Autonoma del Tibet, è obbligatorio il Tibet Travel Permit e una guida locale accreditata. Il Permesso per il Campo Base è richiesto separatamente per l’accesso alla zona dell’Everest. Per i tour organizzati tutto viene gestito dall’operatore. Le condizioni delle strade secondarie (Ganden, Sakya, tratto finale verso il Campo Base) possono variare: informatevi prima con la guida o l’agenzia sull’accessibilità nel periodo in cui viaggiate.
Articolo aggiornato a maggio 2026. Le informazioni pratiche (permessi, accessi) possono variare: verificate sempre prima di partire.
Info generali sulla Cina
🟢 Visto non più necessario (fino al 31/12/2026) I cittadini italiani in possesso di passaporto ordinario possono viaggiare in Cina per turismo, affari, visite a familiari o amici e transito per un soggiorno massimo di 30 giorni senza richiedere il visto di ingresso, fino al 31 dicembre 2026. Attenzione: se si supera anche solo di un giorno i 30 giorni, o se si viaggia per motivi diversi da quelli elencati (es. lavoro, studio), il visto resta obbligatorio. Dal 1° gennaio 2027, salvo nuove proroghe, tornerà l’obbligo del visto. Verificate sempre le condizioni aggiornate su Viaggiare Sicuri prima di prenotare.
Per entrare in Cina non serve visto ma va effettuata la Arrival-Card che potete compilare al seguente link.
📋 Come compilare la China Digital Arrival Card (CDAC)
Il form richiede 10–15 minuti e può essere compilato da 72 ore fino a poche ore prima dell’arrivo. Usate esclusivamente i canali ufficiali (il sito NIA o il mini-programma WeChat/Alipay “NIA 12367”) — circolano siti di terze parti a pagamento che vanno evitati.
1. Caricamento passaporto Fotografate la pagina dati del passaporto (quella con foto e codice MRZ in basso) e caricatela. Il sistema estrae automaticamente i dati principali; verificateli e correggete eventuali errori prima di proseguire.
2. Dati di viaggio
Entry Transportation Mode: aereo (Airplane)
Arrival Flight Number: numero del volo in arrivo
City of Entry / Port of Entry: Chengdu / aeroporto di Chengdu Tianfu (o Shuangliu, a seconda del volo)
3. Contatti e status visto
Inserite numero di telefono con prefisso internazionale (+39) ed email
Alla domanda sul visto: selezionate “30-day visa waiver” — questa è la dicitura corretta per l’esenzione visto per italiani, non genericamente “Visa Free Entry”
4. Itinerario e alloggio
Purpose of Entry: Tourism / Sightseeing ✅
Date of Entry e Date of Departure ✅
Destination Cities in China ✅
Address in China: il nome dell’hotel in inglese è accettato, ma a volte richiede l’indirizzo completo: nome hotel + via + distretto + città. Chiedete l’indirizzo completo direttamente all’hotel se non lo avete. a volte funziona senza indirizzo.
Inviting entities / inviters: NO ✅
Confirmed Departure Itinerary: YES ✅
Departure Flight Number e City/Port of Departure ✅
5. Firma e invio Confermate la dichiarazione e inviate. Il sistema genera un QR code univoco: salvatelo come screenshot o PDF sul telefono e mandatevelo anche per email come backup. Va mostrato all’immigrazione all’arrivo — non serve connessione internet per visualizzarlo.
⚠️ Non è possibile modificare il modulo dopo l’invio. In caso di errore, occorre compilarne uno nuovo da capo. Controllate tutto con cura prima di confermare.
ℹ️ Se per qualsiasi motivo non riuscite a compilarlo in anticipo, è ancora possibile farlo all’aeroporto tramite dispositivi digitali agli sportelli oppure con il modulo cartaceo tradizionale, ancora disponibile.
Controllate se le informazioni sopra riportate sono ancora valide, questa è solo una traccia, non è una guida ufficiale
🟢 Valuta: Renminbi o Yuan (RMB/¥). In Cina il telefono sarà il vostro portafoglio: Alipay e WeChat Pay sono accettati quasi ovunque, da un caffè a un taxi. La buona notizia è che turisti e visitatori di breve periodo possono ora collegare la propria carta straniera direttamente a WeChat Pay o Alipay, il che non rende più necessario aprire un conto bancario cinese. Attenzione alle commissioni: per spese fino a 200 RMB (~26 €) non si paga nulla, mentre oltre tale soglia in alcuni casi, secondo alcune fonti, verrebbe applicata una commissione del 3%. Configurate le app e collegate la carta prima di partire. È comunque prudente portare del contante per situazioni di emergenza o per le piccole spese.
🟠 Se dovete passare la frontiera terrestre con altri stati come il Nepal portatevi dei dollari per pagare il visto, potrebbero esserci problemi con altre valute.
🟢 Internet: Google, Instagram, WhatsApp e la maggior parte dei servizi occidentali sono bloccati dal Great Firewall cinese; le VPN non possono essere scaricate una volta in Cina, quindi è indispensabile installarle e configurarle prima della partenza. Nonostante non sia esplicitato nel sito, le eSIM Holafly* per la Cina e Saily* hanno già incorporato una sorta di virtualizzazione, pertanto il telefono e le vostre app con queste eSIM funzioneranno comunque, anche se, in alcuni casi, con qualche rallentamento. Il browser di Safari risulta spesso ancora più lento, una buona alternativa è DuckDuckGo.
Sebbene non sia esplicitamente legale usare una VPN, l’uso è generalmente tollerato.
🟢 Lingua: Il cinese mandarino è molto utile. L’inglese è raro al di fuori degli hotel di categoria superiore. Scaricate un’app di traduzione offline, ma se avete una eSIM* non serve.
🟢 Fuso orario: UTC+8 (7 ore avanti rispetto all’Italia in inverno, 6 in estate) e questo accade in tutta la Cina che ha un solo fuso orario: quello di Pechino.
Tibet
Il Tibet è uno dei luoghi più remoti e spiritualmente densi del pianeta. Arroccato sull’altopiano più alto del mondo — a oltre 4.000 metri di media — è stato per secoli il cuore del Buddismo tibetano e custodisce un patrimonio culturale straordinario, fatto di monasteri, bandiere di preghiera, pellegrinaggi e un rapporto con il tempo che l’Occidente ha quasi dimenticato.
Visitarlo richiede preparazione, permessi speciali e un briciolo di umiltà: non è una destinazione che si visita, è una destinazione che si affronta.
Cominciate con Lhasa: la capitale spirituale del Tibet e scoprite cos’è la Kora: camminare come forma di preghiera nel Buddismo tibetano. poi potreste decidere di affrontare la mitica G 318: da Shanghai al Tetto del Mondo, passando per la strada più bella del pianeta.
Prima di partire, due consigli pratici che vengono dall’esperienza:
- Non sottovalutate l’altitudine, informatevi e siate preparati ad un paio di giorni di disagi per l’adattamento. Non succede a tutti, ma può succedere e in ogni caso passa, rimane solo il ricordo.
- Alla frontiera con il Nepal possono sequestrare le guide di viaggio o i libri che parlano di Tibet, Taiwan o Xinjiang e tutto ciò che contiene cartine geografiche. Portatevi un Kindle*
Qualche lettura per prepararsi: Heinrich Harrer racconta il Tibet meglio di chiunque altro — il suo Sette anni in Tibet resta un punto di partenza imprescindibile, ma spiego meglio il tutto nell’articolo sui libri per il Tibet.

