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A 3.656 metri di altitudine, dove l’aria è più sottile e il silenzio ha un peso diverso: Lhasa non è una città che si visita, è una città che si ascolta.
Cosa vedere a Lhasa non è la domanda giusta. Cosa cercare a Lhasa sarebbe più opportuna.
ATTENZIONE: le indicazioni presenti negli articoli sono fornite gratuitamente a scopo divulgativo e potrebbero essere non aggiornate o incomplete. Prima di acquistare, di prenotare o di partire, consultate sempre i siti ufficiali. Alcuni link in questo articolo sono link di affiliazione (anche i link ad Amazon*). Gli articoli aggiornati o pubblicati a partire da febbraio 2024 riportano un asterisco* accanto ai link di affiliazione.
1. Lhasa: “Luogo degli Dèi” a tremilaseicento metri
Il nome Lhasa, in tibetano significa letteralmente “Luogo degli Dei”. Un nome che non è scelto a caso e che dice qualcosa di preciso sull’identità di questa città: Lhasa non è prima di tutto una città amministrativa, è un centro spirituale. Tutto il resto — il governo, il commercio, la vita quotidiana — orbita attorno a questa funzione primaria come pianeti intorno a una stella.
La città sorge nella valle del fiume Kyi Chu, a 3.656 metri sul livello del mare, circondata da montagne che superano i cinquemila metri.
L’aria è sottile (come quella dell’omonimo libro di John Krakauer*) — l’ossigeno disponibile è circa il 65% di quello che si respira a livello del mare — e il cielo ha quella particolare intensità di blu che si vede solo ad alta quota, quando ci sono meno particelle atmosferiche a filtrare la luce.
Fondata come capitale politica e religiosa del Tibet dall’imperatore Songtsen Gampo nel VII secolo d.C., Lhasa è rimasta per oltre tredici secoli il cuore del Buddhismo tibetano.
Songtsen Gampo — re guerriero, unificatore del Tibet e primo sovrano a introdurre la scrittura tibetana — è ancora oggi venerato quasi come una figura semi-divina. Fu lui a sposare la principessa cinese Wencheng (della dinastia Tang) e la principessa nepalese Bhrikuti, entrambe devote buddiste, e fu per onorare Wencheng che fece costruire sul Monte Rosso il primo nucleo di quello che sarebbe poi diventato il Palazzo del Potala.
Il Tibet è entrato nell’orbita cinese in modo definitivo nel 1950, e nel 1959, dopo una rivolta fallita, il quattordicesimo Dalai Lama è andato in esilio a Dharamsala, in India, dove risiede ancora oggi.
Sono vicende storiche complesse e politicamente sensibili che non è questo il luogo per analizzare nel dettaglio. Siamo qui per scoprire cosa vedere a Lhasa.
In ogni caso la spiritualità del luogo non è in discussione: non è qualcosa che si osserva da fuori come un folklore: è viva, quotidiana e concreta, e si manifesta nei pellegrini che camminano in circolo attorno ai templi all’alba, nelle ruote della preghiera che girano lungo i muri dei monasteri, nell’incenso che sale verso un cielo che sembra più vicino che in qualsiasi altro posto della terra.
Per visitare il Tibet è necessario – oltre al visto cinese, che al momento può essere ottenuto all’ingresso nel paese – un permesso speciale di accesso alla Regione Autonoma del Tibet (Tibet Travel Permit). Questo permesso non si ottiene autonomamente ma attraverso un’agenzia di viaggi accreditata, che deve anche organizzare le visite con una guida locale – obbligatoria.
I viaggiatori indipendenti non possono visitare il Tibet in autonomia.
Chi viaggia in un gruppo organizzato non deve preoccuparsene: tutto viene gestito dall’operatore.
2. Il mal di montagna: la prima cosa da sapere su Lhasa
Il mal di montagna (AMS) è una realtà concreta a Lhasa. Non dipende dalla forma fisica: può colpire chiunque, atleti inclusi. Consultate il vostro medico prima di partire e seguite le indicazioni della guida locale. Ignorare i sintomi può avere conseguenze serie.
Arrivando a Lhasa in aereo, magari da Chengdu come ho fatto io, il corpo si trova improvvisamente proiettato da circa 500 a 3.656 metri.
Il salto è brusco, non un semplice salto, ma un triplo salto mortale con doppio avvitamento.
Un periodo di acclimatamento sarebbe indispensabile, ma non ne avrete il tempo. È un dato di fatto, non una supposizione! Il programma in genere prevederebbe saggiamente una giornata intera dedicata proprio a questo, e non andrebbe preso alla leggera, ma voi avrete la fretta di vedere tutto!
I sintomi più frequenti di cui si lamentano i viaggiatori sono quelli tipici del mal di montagna: mal di testa, stanchezza, nausea, difficoltà a dormire e senso generale di malessere. Chi è più sensibile a volte può arrivare ad accusare vomito o spossatezza, ma nella maggior parte dei casi i sintomi se ne vanno – o si attenuano – entro 24-48 ore. Può anche capitare che qualcuno abbia sintomi più fastidiosi e che necessiti di ossigeno.

Per coloro che hanno problemi seri con l’altitudine, in quasi tutti gli hotel per turisti, nelle camere c’è un impianto per l’ossigeno e nei negozi o nelle bancarelle di Lhasa e del Tibet in genere troverete delle bombolette di ossigeno portatili. Sembrano un po’ dei deodoranti spray, ma invece di togliere gli odori, vi tolgono dall’impaccio del mal di montagna, o almeno ci provano.
I visitatori cinesi sembrano amarle in modo particolare, spesso più per una moda del momento che per una reale esigenza, mentre solo alcuni del mio gruppo ne hanno dovuto fare uso per un bisogno reale.
Alcuni medici prescrivono farmaci da assumere come terapia preventiva e sintomatica: vale la pena discuterne con il proprio medico prima della partenza. Alcuni dei miei compagni di viaggio ci si sono trovati bene, altri hanno dovuto smettere di prenderli perché non li sopportavano.
Io dopo i primi giorni ho smesso di prendere questa medicina che mi causava mal di testa (eh no! non vi dirò mai come si chiama, non voglio responsabilità).
In ogni caso è fondamentale stare un po’ a riposo, soprattutto il primo giorno.
Per combattere i sintomi camminate lentamente, bevete molta acqua, mangiate carboidrati ed evitate alcool e caffeina.
Una passeggiata lungo le rive del fiume Kyichu per il giorno dell’arrivo potrebbe una scelta intelligente: movimento leggero, aria aperta, oltre all’occasione di cominciare a osservare la vita quotidiana tibetana prima di immergersi nei luoghi più intensi.
E, perché no, fare qualche fotografia.
E bevete tanta acqua!
🐢 Le Meditazioni del Panda dal Tempio di BambùScopri di più su questa rubrica
Quando l’aria diventa rada, ogni passo chiede il permesso. I luoghi più sacri del mondo stanno spesso dove respirare costa fatica. Forse non è un caso
Lhasa è a 3.656 metri. Guarda caso, tutte le cose meglio conservate stanno dove l’aria manca un po’. Monasteri tibetani, cime himalayane, altopiani andini, ma anche le nostre Alpi e i nostri Appennini, dove c’è la maggior parte dei Parchi Nazionali. Il corpo che fatica è un deterrente per chi ama le comodità, certe cose non si raggiungono senza sforzo. A meno che vi portino in auto… 😊
3. Il Palazzo del Potala: il simbolo del Tibet
Il Palazzo del Potala – il palazzo d’inverno – è una di quelle strutture che ho identificato subito, del quale conoscevo ogni piccolo dettaglio perché avevo visto dipinti ed illustrazioni e lo avevo sempre immaginato troppo distante per poterlo visitare.
E invece era lì!
Ma non come me lo ero immaginato.
È troppo grande, troppo alto, troppo verticale.

Ha tredici piani per 117 metri di altezza sulla cima del Marpo Ri — la Collina Rossa — per un’altezza totale dal fondo della valle di oltre 300 metri. Copre un’area di 130.000 metri quadrati e contiene oltre mille stanze, 10.000 reliquiari e circa 200.000 statue.
Troppo tanto, troppo tutto.
Prende il nome dal monte Potalaka, la mitica dimora del Bodhisattva Avalokiteśvara — il Bodhisattva della compassione — di cui il Dalai Lama è considerato la reincarnazione.
Il sito fu scelto nel VII secolo dal già citato re Songtsen Gampo come luogo di meditazione e poi di residenza, ma il palazzo che si vede oggi è in larga parte opera del Quinto Dalai Lama, Ngawang Lozang Gyatso (1617 – 1682), detto “il Grande Quinto” che ne avviò la ricostruzione nel 1645 e vi si trasferì nel 1649. La costruzione continuò per decenni, ben oltre la sua morte, e si completò intorno al 1694. Dal 1994 è Patrimonio dell’Umanità UNESCO.
3.1 Il Palazzo Bianco e il Palazzo Rosso
Il complesso si divide in due sezioni principali, immediatamente riconoscibili dall’esterno per il colore.
Il Palazzo Bianco (Potrang Karpo) era la residenza e il centro amministrativo dei Dalai Lama: ospitava le sale del trono, gli appartamenti privati, i seminari e persino una piccola prigione.
Fu qui che i Dalai Lama vissero d’inverno per oltre trecento anni, fino all’esilio del 1959.
Il Palazzo Rosso (Potrang Marpo) è il cuore religioso del complesso. Contiene cappelle, santuari, biblioteche con migliaia di volumi di testi sacri e le tombe monumentali di otto Dalai Lama, ricoperte d’oro e pietre preziose.
La tomba del Quinto Dalai Lama è la più imponente: alta circa 14 metri, è rivestita di oro massiccio e ornata con gioielli. La Grande Sala Occidentale ospita dipinti murali di straordinaria qualità che raffigurano eventi della vita del Quinto Dalai Lama, con un’influenza stilistica persiana insolita e affascinante.
Non tutte le stanze sono visitabili dal pubblico, ma ciò che si vede è impressionante.

3.2 Visitare il Potala: informazioni pratiche
I biglietti per il Palazzo del Potala sono contingentati e, nei periodi di alta stagione si esauriscono spesso. Siccome non ci potete arrivare da soli, di solito la prenotazione la fa la guida o l’agenzia: non è qualcosa di cui dovete preoccuparvi, lo scrivo solo per informazione.
La visita richiede circa due ore e comporta la salita di numerose rampe di scale: se avete difficoltà respiratorie muovetevi con molta calma. Per dirla proprio tutta, alla partenza sembra una salita impossibile, ma poi ci si rende conto che è meno impegnativa di quanto ci si immagini, anche a quelle altezze.
Ricordate che all’interno non si possono scattare fotografie, forse per una volta vale la pena di godersi semplicemente la visita.
Per quanto riguarda l’abbigliamento, difficilmente a marzo avrete voglia di mettervi scoperti, ma se ci andate nella stagione più calda, ricordate che il Potala è un luogo di culto attivo. Vi si entra con rispetto, non in pantaloncini o seminudi, in alcune cappelle, inoltre, potrebbe esservi richiesto di togliere le scarpe prima di entrare (ma a marzo non è successo).
Anche voci e comportamenti devono essere adeguati all’ambiente. Non è una regola scritta: è qualcosa che quasi tutti capiscono da soli appena entrati.
La parola d’ordine è rispetto!

4. Il Norbulingka: il Giardino dei Gioielli
Se il Potala era il Palazzo d’Inverno, il Norbulingka era la residenza estiva dei Dalai Lama. Il nome in tibetano significa “Giardino dei Gioielli” e fu costruito nel XVIII secolo dal settimo Dalai Lama, Kelzang Gyatso.
Come il Potala sta al cielo il Norbulingka sta alla terra: un parco di circa 36 ettari con giardini curati, stagni, sentieri alberati e una serie di padiglioni e palazzi costruiti da diversi Dalai Lama nel corso dei secoli.
All’interno del parco si trovano quattro complessi principali, ognuno costruito da un Dalai Lama diverso. Il più visitato è il Takten Migyur Podrang, il palazzo costruito dal quattordicesimo Dalai Lama nel 1956 e da lui abitato fino all’esilio nel 1959. Gli interni conservano ancora gli arredi originali, compresi i libri e gli oggetti personali: c’è qualcosa di sospeso ed insieme di intatto in questi spazi, come se il tempo si fosse fermato in una mattina di marzo di oltre sessant’anni fa.
Il Norbulingka è anche uno dei pochi spazi verdi di Lhasa e un luogo molto amato dai locali, che ci vengono a fare picnic, a passeggiare e a rilassarsi. In estate, durante il festival Sho Dun – o Shoton, il Festival dello Yogurt, a fine luglio o inizio agosto, il parco diventa il centro di rappresentazioni teatrali dell’opera tibetana e di feste che durano più giorni (almeno così riportano le guide 😊).

5. Il Tempio di Jokhang: il cuore sacro del Tibet
Un’altra contrapposizione, questa volta meno evidente. Se il Palazzo del Potala è stato il cuore politico e architettonico del Tibet, il Tempio di Jokhang è ancora oggi il suo cuore spirituale. Costruito nel VII secolo dall’ormai famoso (in questo articolo) Songtsen Gampo, probabilmente in contemporanea con il primo nucleo del Potala, il Jokhang è il luogo più sacro di tutto il Buddhismo tibetano: più del Potala, più dei grandi monasteri, più di qualsiasi altro sito dell’altopiano.
La ragione di questa primazia è la statua che custodisce: il Jowo Shakyamuni, una rappresentazione del Buddha Sakyamuni a dodici anni, considerata dai tibetani come la più sacra del mondo. La statua fu portata a Lhasa dalla principessa cinese Wencheng come parte della sua dote nuziale — quattordici secoli fa.

I pellegrini arrivano da ogni angolo del Tibet per prostrarsi davanti a questa statua: alcuni percorrono centinaia di chilometri facendo tre passi avanti e una prostrazione a terra, ripetuta per settimane o mesi.
Un rito che non smette di impressionare per la devozione che contiene.
Secondo la tradizione buddista, durante la vita di Siddharta Gautama, il Buddha Shakyamuni, i suoi discepoli commissionarono tre statue a grandezza naturale che lo ritraevano a età diverse: a otto anni, a dodici e a venticinque. Si racconta che tutte e tre siano state realizzate con la guida della sua nutrice e benedette personalmente dal Buddha. Di queste tre, oggi solo due si trovano a Lhasa. La statua dei venticinque anni, che secondo la tradizione tibetana era conservata in India a Bodhgaya, è considerata perduta: alcune fonti tibetane raccontano di una leggenda secondo cui affondò nell’Oceano Indiano durante le guerre religiose che sconvolsero l’India.
La statua degli otto anni, il Jowo Mikyo Dorje, arrivò in Tibet attorno al 622 con la principessa nepalese Bhrikuti, che la portò come parte del suo corredo nuziale per le nozze con il re Songtsen Gampo (sempre lui).
La statua dei dodici anni, il Jowo Rinpoche, fu portata a Lhasa nel 641 dalla principessa cinese Wencheng, anch’essa sposa di Songtsen Gampo, come parte della sua dote.
Nel corso della storia, le collocazioni delle statue furono scambiate, e oggi il Jowo Shakyamuni si trova nella cappella centrale del Jokhang mentre il Jowo Mikyo Dorje è custodito nel Ramoche. Proprio la statua del Ramoche durante la Rivoluzione Culturale cinese fu gravemente danneggiata e scomparve. Solo nel 1983 la parte superiore della statua fu ritrovata Pechino e quella inferiore tra i rifiuti di Lhasa. Riunite e restaurate, le due metà tornarono al loro posto nel Ramoche, parzialmente ricostruito nel 1986.
La statua di Jowo Shakyamuni è la più venerata delle tre ed è custodita nel Jokhang, cuore spirituale della città.
La statua si presenta come una figura seduta in bronzo dorato alta circa un metro e mezzo, con l’espressione serena e le mani in posizione di meditazione e di testimonianza dell’illuminazione (Bhumisparsha Mudra). Nel 1409 Tsongkhapa, fondatore della scuola Gelug del Buddhismo tibetano(approfondisci qui le quattro scuole del buddismo tibetano), le donò la corona dei cinque Buddha che ancora oggi la adorna. Anch’essa fu danneggiata durante la Rivoluzione Culturale e poi restaurata.

Per i tibetani, venerare questa statua equivale a essere alla presenza del Buddha stesso: una credenza che nei secoli ha trasformato il Jokhang nel punto di arrivo di pellegrinaggi lunghi anche migliaia di chilometri.
→ Approfondimento: I Cinque Buddha della Saggezza — Il testo seguente è stato estratto e approfondito in un articolo separato: Dhyani Buddha – i Cinque Buddha della Saggezza
Se avete mai visto un mandala tibetano e vi siete chiesti cosa significhino tutti quei Buddha disposti in cerchio con colori diversi, ecco la risposta.
Nel Buddhismo Vajrayāna — la corrente tantrica diffusa soprattutto in Tibet, Nepal e Mongolia — esiste un sistema di cinque figure divine chiamate Pañca Tathāgata, ovvero i Cinque Buddha della Saggezza, detti anche Dhyāni Buddha o Jina, che in sanscrito significa “Vittoriosi”. Non sono divinità da pregare in senso tradizionale: sono piuttosto una mappa simbolica della mente umana e delle sue possibilità di trasformazione. L’idea di fondo è questa: ogni difetto della mente ordinaria — rabbia, ignoranza, orgoglio, attaccamento, invidia — ha una sua controparte illuminata, una qualità positiva che emerge quando quella stessa energia viene trasformata invece di essere soppressa. Ognuno dei cinque Buddha rappresenta questa trasformazione per uno specifico “veleno mentale”, ed è collocato in una direzione cardinale precisa, con un colore, un elemento e una saggezza associata.
In pratica, è come se qualcuno avesse disegnato una mappa dell’anima — con la differenza che qui non c’è ricalcolo del percorso: la strada dovete trovarla voi
5.1 L’architettura del Jokhang
Il tempio è un eccezionale esempio di fusione architettonica: la struttura originale combina elementi tibetani, cinesi e nepalesi, riflettendo le due principesse — cinese e nepalese — che contribuirono alla sua costruzione. I quattro piani del tempio sono orientati verso est, verso l’India, patria del Buddha, con una terrazza panoramica sull’ultimo livello da cui si gode una delle viste più belle di Lhasa: il Potala da un lato, la piazza del Barkhor dall’altro, e l’altopiano che si estende fino alle montagne.
Spoiler: quando ci sono andato la terrazza non era accessibile…
Le cappelle interne, decorate con Thangka (dipinti su seta), statue e lampade a burro di yak, ospitano una collezione di immagini sacre che spaziano dall’epoca di fondazione del tempio fino ai secoli successivi.
L’odore dell’incenso e del burro di yak bruciato è talmente denso da sembrare quasi palpabile: è l’olfatto il primo senso che il Jokhang colpisce, prima ancora della vista.


5.2 Come visitare il Jokhang
L’orario di visita per i turisti è solitamente la mattina (dalle 8:00 circa), mentre nel pomeriggio il tempio è spesso riservato ai pellegrini. La fila all’ingresso può essere lunga: arrivare presto è la scelta migliore, anche per vivere l’esperienza con meno rumore intorno.
Come per il Potala, abbigliamento rispettoso e comportamento adeguato sono la regola implicita.
6. Il Barkhor: il percorso del pellegrino
Il Barkhor è il percorso di pellegrinaggio che circonda il Tempio di Jokhang, un circuito di circa 800 metri attraverso un labirinto di strade strette che è insieme via sacra, mercato storico e cuore della vita tibetana a Lhasa. Camminare nel Barkhor significa muoversi in senso orario — come vuole la tradizione buddista — mescolandosi a pellegrini con rosari tra le dita, monaci in vesti color porpora o zafferano, commercianti che vendono Thangka , presunti gioielli, mala e ogni sorta di oggetto religioso.
La cosa più interessante del Barkhor non è quello che si compra, ma quello che si osserva.
All’alba, quando i pellegrini cominciano il loro giro quotidiano, il Barkhor ha un’intensità diversa: meno turisti, più devozione, ruote della preghiera che girano lungo i muri in una sequenza quasi ipnotica. Le lampade a burro di yak davanti al Jokhang bruciano tutta la notte. È uno di quei contesti in cui la fotografia diventa un gesto delicato da fare con discrezione: si stanno riprendendo momenti di preghiera reale, non una messa in scena per turisti.
A metà mattinata, se il tempo è buono, si possono vedere le persone del luogo che sostano sulle panchine, a conversare, ancora persone che fanno la Kora, in preghiera e ragazzi e ragazze, soprattutto cinesi, in abiti tradizionali che si fanno fare veri e propri servizi fotografici.

Uno spaccato di vita che difficilmente si dimentica.
→ Approfondimento: La Kora — Il testo seguente è stato estratto e approfondito in un articolo separato: la Kora: camminare come forma di preghiera
In tibetano, kora significa semplicemente “circonvallazione” o “giro” — ma nella pratica buddista indica qualcosa di più preciso: la circumambulazione (mi sono documentato si dice così) rituale attorno a un luogo sacro, compiuta sempre in senso orario, seguendo la direzione del sole. Può essere un monastero, uno stupa, una montagna intera come il Kailash, o anche una semplice cappella. L’idea di fondo è che camminare attorno a un luogo sacro, con la mente raccolta e il corpo in movimento, generi merito spirituale — un po’ come recitare una preghiera, ma con i piedi invece della voce.
Chi fa la kora porta spesso con sé un mala (rosario) o una ruota di preghiera da far girare durante il cammino. Alcuni pellegrini compiono il cammino prostrandosi a terra ogni tre passi, il che trasforma quella che potrebbe essere una passeggiata di un’ora in un’esperienza di giorni.
In Tibet è una forma di devozione radicata e comune, che si vede regolarmente fuori dal Jokhang, dove c’è uno spazio dedicato a questa pratica, o lungo il Barkhor di Lhasa. Ogni mattina, con qualsiasi temperatura.
Per chi visita il Tibet senza un’esperienza o una conoscenza del buddismo, la kora è anche uno dei modi più semplici e naturali per avvicinarsi ai luoghi sacri senza sentirsi ospiti fuori posto: ci si mette semplicemente a camminare nella stessa direzione degli altri. Con rispetto.
All’esterno del Barkhor si trovano anche alcuni ottimi punti per mangiare. Il tè al burro di yak è l’esperienza culinaria tibetana più autentica.
Diciamolo chiaramente: ha un sapore che non assomiglia a nessun altro tè al mondo e che richiede un momento di adattamento. E sicuramente un momento di adattamento non basta. Ho assaggiato di tutto, dagli insetti alle erbe ai topi, ai serpenti.
Qui non si tratta di stomaco di ferro, ma di un gusto che, per essere buoni, è sgradevolmente differente dalla nostra cultura. Forse fermandomi un po’ di più riuscirei ad apprezzarlo, ma il viaggio per me non è stato sufficiente.
Come direbbe Bastianich, la risposta è no!
La tsampa, invece (farina d’orzo tostata, base dell’alimentazione tibetana tradizionale) e i momo (ravioli al vapore) sono immediatamente più accessibili, la prima senza infamia e senza lode, come mangiare del cartone ammollato in acqua, i secondi, specialmente se preparati sul momento (e con un’attesa quasi eterna) sono veramente di mio gusto.
Sappiate che se li ordinate, ci vorrà un po’ di tempo (eufemisticamente parlando). Io li ho dovuti inghiottire alla Kung Fu Panda, perché i miei compagni di viaggio avevano già finito da un pezzo quando sono arrivati e avremmo dovuto partire da lì a poco…
Piccola nota di colore… sono arrivato in tempo per aspettare un quarto d’ora che arrivassero tutti. Aummmm !
Morale: La natura non ha fretta eppure tutto si realizza … ho scoperto che io non sono la Natura … anche se già un dubbio già ce l’avevo(!!)

7. Il monastero di Sera
Se il programma lo permette, o per chi si trova a Lhasa con più tempo, alcuni monasteri nei dintorni della città meritano una visita (probabilmente alcuni sono compresi anche nel vostro programma).
Il Monastero di Sera (Sera Gonpa), fondato nel 1419, è uno dei sei principali monasteri del Buddhismo tibetano di scuola Gelug — la stessa del Dalai Lama.
La struttura sorge ai piedi di una collina nella periferia nord di Lhasa, a circa cinque chilometri dal Jokhang. Fondato nel 1419 da Jamchen Chojey Shakya Yeshe, discepolo di Tsongkhapa, deve il suo nome alle rose selvatiche che coprivano la collina al momento della sua costruzione.
Il nome “Sera” in tibetano significa “rosa selvatica“: quando il monastero fu costruito nel 1419, la collina alle sue spalle era coperta di rose selvatiche in fiore e quel paesaggio rimase nel nome, come capita spesso nella tradizione tibetana di battezzare i luoghi a partire da quello che la natura offre al momento della loro fondazione.
Insieme a Drepung e Ganden forma la triade dei grandi monasteri della scuola Gelug del Buddhismo tibetano ed è iscritto tra i patrimoni culturali nazionali cinesi dal 1982.
Degna di una nota particolare è la sala assembleare Coqen — edificio del 1710 sostenuto da 125 pilastri, che custodisce cappelle dedicate al Buddha Maitreya, il Buddha del futuro, a Sakyamuni (il Buddha originario) e di Tsongkhapa, maestro del Buddismo Tibetano.
Ma non è questo che rende Sera diverso dagli altri monasteri della città.

7.1 I dibattiti filosofici
Quello che rende Sera davvero unico è quello che succede fuori, nel cortile, ogni pomeriggio dal lunedì al venerdì intorno alle tre. I monaci si raccolgono all’aperto in piccoli gruppi e danno vita ai dibattiti filosofici che da secoli costituiscono il cuore del metodo educativo Gelug: discussioni ad alta voce sulle dottrine buddiste, in cui ogni argomentazione viene difesa o smontata dall’interlocutore. Non aspettatevi nulla di quieto o formale.
Questa pratica viene definita con il termine tibetano è Tsenyi, che significa letteralmente “definizioni” e che in termini semplicistici indica lo studio della dottrina buddista attraverso il confronto dialettico.
Il monaco che pone la questione si muove, avanza verso chi risponde, scandisce le parole con gesti decisi e conclude ogni affermazione con un battito di mani secco e sonoro — un gesto che ha insieme il valore di punto esclamativo e di sfida. Chi risponde resta seduto e deve reggere la pressione dell’argomento con altrettanta determinazione. Le voci si sovrappongono, gli sguardi si incrociano, il cortile diventa rumoroso in un modo del tutto inaspettato per chi entra in un luogo di culto.
Ai visitatori è consentito assistere liberamente, con la sola richiesta di non disturbare lo svolgimento e di non usare la macchina fotografica (ma potete fotografare e filmare col cellulare … ??? ). Vale la pena arrivare qualche minuto prima per trovare buona posizione e osservare i monaci che entrano progressivamente nel cortile: c’è qualcosa di teatrale anche solo in quel momento, prima che la discussione cominci davvero.
Poi tutto finisce e i monaci, così come sono arrivati, se ne vanno, tutti insieme, sorridendo o discutendo ancora, scorrono come un grande fiume di colore porpora nella fredda serata.

8. Il Monastero di Drepung
Drepung sorge sulle pendici del monte Gambo Utse, a circa cinque chilometri a ovest del centro di Lhasa, e già da lontano si capisce perché i tibetani lo abbiano soprannominato “il mucchio di riso“: le centinaia di edifici bianchi ammassati sul fianco della collina ricordano davvero i chicchi di un sacco rovesciato.
Il monastero fu fondato nel 1416 da Jamyang Chojey, discepolo diretto di Tsongkhapa e divenne in pochi decenni il più grande complesso monastico del Tibet, addirittura, secondo molte fonti, il più grande del mondo. Al suo apice ospitava circa settemila monaci residenti, distribuiti in quattro collegi con i loro cortili, sale delle scritture, cappelle e dormitori — una vera e propria città nella città.
La sua importanza non era solo religiosa. Nel 1530 il secondo Dalai Lama fece costruire all’interno del monastero il Palazzo di Ganden Phodrang, che divenne la residenza ufficiale dei Dalai Lama e il centro del governo tibetano per oltre un secolo. Il secondo, il terzo e il quarto Dalai Lama vi vissero, governarono e sono ancora sepolti. Fu solo quando il quinto Dalai Lama, detto il Grande Quinto, completò il Palazzo del Potala nel XVII secolo, che il baricentro del potere si spostò altrove. Il nome stesso del governo tibetano tradizionale — Ganden Phodrang — deriva proprio da quel palazzo nel monastero di Drepung: un dettaglio che fa intuire quanto questo luogo abbia pesato nella storia del Tibet.
Curiosamente, durante la Rivoluzione Culturale Drepung subì relativamente pochi danni rispetto ad altri siti religiosi di Lhasa e oggi ospita nuovamente una comunità attiva di circa seicento monaci. I monaci studiano la mattina e nel primo pomeriggio è possibile assistere anche qui, come a Sera, a sessioni di dibattito filosofico nei cortili. La visita richiede una mezza giornata per essere fatta senza fretta, tenendo conto che il percorso di circumambulazione (kora) intorno al monastero aggiunge circa un’ora e mezza ma offre una delle viste migliori sull’insieme del complesso.
9. Il Tempio di Ramoche
Il Tempio di Ramoche si trova nella parte nord-occidentale di Lhasa ed è spesso considerato il “fratello minore” del Jokhang — costruito nello stesso periodo, nel VII secolo, durante il regno del re Songtsen Gampo (sempre lui), ma meno visitato e per questo capace di offrire un’atmosfera più raccolta e autentica.
La sua storia è intrecciata con quella della principessa cinese Wencheng, che portò in Tibet come dote una statua del Buddha Sakyamuni (il già citato Jowo Shakyamuni): fu proprio per custodire quella statua che il tempio venne eretto.
Le cose, però, andarono diversamente da come previsto: in un clima di instabilità politica la statua fu spostata al Jokhang per proteggerla e al Ramoche rimase — fino a oggi — il Jowo Mikyo Dorje, del quale ho già accennato in precedenza, l’immagine in bronzo del Buddha a otto anni, anch’essa di grande valore spirituale e con una storia travagliata alle spalle.
Oggi il Ramoche è la sede del Gyuto Tratsang, il Collegio Tantrico Superiore di Lhasa, e ospita ancora i monaci che vi studiano e vi praticano. La struttura si sviluppa su tre piani per circa 4.000 metri quadrati: è un luogo che andrebbe visitato con calma , per avere il tempo di percorrere i corridoi interni, ammirare i dieci pilastri dell’ingresso e fermarsi ad ascoltare il suono delle preghiere – uno di quei momenti che non si pianificano e non si dimenticano.
10. Il Tempio di Lukhang
Dietro il Palazzo del Potala, su una piccola isola al centro di un lago artificiale, esiste un tempio che per secoli non è esistito per nessuno — o quasi. Il Lukhang, noto come il “Tempio degli spiriti del serpente“, fu costruito nel XVII secolo come spazio di meditazione riservato all’alto clero buddista e rimase accessibile soltanto al Dalai Lama in persona per centinaia di anni. La sua storia è legata a Desi Sangye Gyamtso, reggente politico del Quinto Dalai Lama e figura centrale nella preservazione della cultura tibetana classica, che volle qui un luogo dove custodire pratiche tantriche e yogiche antiche, lontane dal Buddismo istituzionale e per questo tenute al riparo da occhi non autorizzati.
L’interno conserva affreschi legati alla tradizione Dzogchen e alle pratiche di iniziazione dei Dalai Lama. Non è un posto facile da vedere: è piccolo, appartato, e la sua forza sta proprio nel contrasto con il Potala che domina lo sfondo.
Se avete tempo vale la pena cercarlo, per capire che sotto la superficie più nota della città c’è ancora molto da scoprire. Leggete questo approfondimento.
11. Monastero di Ani Tsankhung
Il Monastero di Ani Tsankhung è un convento buddista nel cuore di Lhasa ed il suo nome dice tutto: il termine ani, infatti, significa “monaca”, mentre tshamkhung indica “luogo di ritiro spirituale” o “eremo”.
È un edificio a tre piani giallo situato nella zona del Barkhor, a sud-est del tempio di Jokhang. Nella sala principale potrete vedere una statua di Chenresig, il Bodhisattva della Compassione dalle molte braccia e proprio dietro ad essa una stanza di meditazione del VII secolo, utilizzata dal re Songtsen Gampo.
Dal XII secolo è diventato una comunità femminile e oggi è l’unico convento femminile nella città vecchia di Lhasa, con la presenza di una settantina di monache che ci vivono e praticano stabilmente.
Il convento custodisce inoltre una collezione di tredici Thangka delle dinastie Ming e Qing che raffigurano Buddha e Bodhisattva.
Non è una tappa che compare in cima alle liste dei siti da visitare, ed è esattamente questo il suo pregio. Se vi trovate a camminare nella zona del Barkor e avete qualche minuto disponibile, vale la pena affacciarsi: è uno di quei luoghi dove il Tibet si potrebbe mostrare senza fronzoli, nella sua quotidianità spirituale più tranquilla.
12. Fuori da Lhasa: Ganden, Gyantse, Shigatse e lo Yarlung Tsangpo
Il percorso che porta da Lhasa verso Shigatse attraversa alcuni dei luoghi più intensi del Tibet:
- il monastero di Ganden arroccato sul Monte Wangbur a 4.300 metri
- il lago Yamdrok con le sue acque turchesi
- il Kumbum di Gyantse con le sue 76 cappelle
- il grande Tashilhunpo sede dei Panchen Lama
- il sacro fiume Yarlung Tsangpo — il più alto del mondo, che in India diventa il Brahmaputra.
Questi luoghi sono descritti nel dettaglio nel secondo articolo di questa guida:
→ Continua: Da Lhasa a Shigatse — Ganden, Gyantse, Tashilhunpo e lo Yarlung Tsangpo [INSERIRE LINK AL SECONDO ARTICOLO]
13. Come arrivare a Lhasa
Lhasa è lontana da tutto e difficilmente ci arriverete in auto.
L’Aeroporto Internazionale di Lhasa Gonggar (LXA) è situato a sud-ovest della città, ad una distanza che varia tra i 40 e i 65 km a seconda che scegliate il vecchio percorso o la nuova autostrada che accorcia di oltre 20 chilometri il vecchio itinerario. Posizionato a oltre 3.500 metri di altitudine (3.650 per l’esattezza), è uno degli aeroporti più alti del mondo. I principali voli internazionali arrivano a Lhasa via Chengdu, Chongqing o Pechino; non ci sono voli diretti dall’Europa.
Appena usciti dall’aeroporto sarete già all’interno di un’avventura, l’aeroporto si trova infatti sulla sponda meridionale del fiume Yarlung Tsangpo (o Yarlung Zangbo), il fiume di cui ho parlato precedentemente e sacro agli Indù.
Una seconda opzione, per chi ha tempo e spirito d’avventura, è la ferrovia del Qingzang (Qinghai-Tibet Railway): inaugurata nel 2006, collega Pechino, Xi’an e Chengdu a Lhasa attraversando l’altopiano tibetano ad altitudini che superano i 5.000 metri. I treni sono dotati di sistemi di ossigenazione supplementare per i passeggeri. Il viaggio da Chengdu dura circa 36 ore: non propriamente una scelta comoda, ma il paesaggio che si attraversa va oltre qualsiasi immaginazione.
Ricordate: per entrare in Tibet serve un permesso di viaggio oltre al visto cinese. Non sperate di ottenerelo in autonomia, bisogna avere una guida locale e non si può viaggiare in autonomia. Chi viaggia in un tour organizzato non deve preoccuparsene: viene gestito dall’operatore.
14. Il periodo migliore per visitare Lhasa
Lhasa è visitabile tutto l’anno, ma il periodo migliore va da aprile a ottobre.
La primavera e l’autunno offrono temperature miti (tra 10 e 20 gradi di giorno) e cieli generalmente sereni — la qualità della luce sull’altopiano tibetano in questi mesi è qualcosa che chi fotografa conosce bene e cerca attivamente.
L’estate (luglio-agosto) è il periodo delle piogge monsoniche: le precipitazioni sono concentrate nelle ore notturne e non impediscono le visite diurne, ma la visibilità sulle montagne è ridotta.
L’inverno (novembre-febbraio) è freddo (fino a -10 gradi di notte) ma secco e spesso con cielo cristallino: chi non teme il freddo troverà Lhasa molto meno affollata e per certi versi più autentica.
Marzo — il mese in cui l’ho visitata — è una buona scelta: la stagione fredda sta finendo, i turisti di massa non sono ancora arrivati e il cielo tibetano è già (o ancora) TOP. Le temperature diurne in caso di bel tempo possono raggiungere i 10-14 gradi, nelle zone più basse, ma con notti ancora fredde.
15. Informazioni pratiche per Lhasa
Permessi: Oltre al visto cinese, serve il Tibet Travel Permit (TTP). Non si ottiene autonomamente: è necessaria un’agenzia accreditata. Per i tour organizzati è tutto incluso nella quota.
Quota e altitudine: Lhasa: 3.656 m. Prevedete almeno 24 ore di acclimatamento prima di affrontare visite intense. Consultate il medico per farmaci preventivi come l’acetazolamide (Diamox).
Valuta: Renminbi cinese (RMB/¥). Come a Chengdu, il pagamento mobile è dominante: WeChat Pay è quasi indispensabile.
Internet e VPN: Stesso discorso della Cina: Google, Instagram e WhatsApp sono bloccati. Occorre una VPN configurata prima di partire o potete usare le e-SIM Holafly o Saily che hanno una sorta di VPN integrata. Le ho testate personalmente sul campo e funzionano bene.
Fotografia: All’interno dei templi e delle cappelle solitamente vietata. Chiedete sempre prima di fotografare persone che pregano.
Abbigliamento: A strati. Le escursioni termiche giornaliere sono ampie e il vento può essere intenso. Per le visite ai luoghi sacri: spalle e ginocchia coperte.
Alcol e caffeina: Da evitare o ridurre drasticamente nelle prime 24-48 ore: peggiorano i sintomi del mal di montagna.
Mappa gratuita di cosa vedere a Lhasa
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99. Conclusioni
Lhasa è una di quelle città che bisogna meritarsi un po’. L’acclimatamento lento, l’aria che manca, i permessi da ottenere: tutto questo filtra i visitatori e crea qualcosa di insolito per una destinazione turistica molto frequentata. Chi arriva ha fatto uno sforzo e lo sa. Forse è per questo che i monaci che incontrate sorridono con una certa benevolenza.
Cina
La Cina, a dispetto dell’immagine che ci siamo fatti nei tempi moderni, è un paese pieno di fascino e di storia. Un paese che è stato teatro di importanti scoperte che hanno cambiato il corso della storia, come la carta, la stampa, la bussola e, tristemente, la polvere da sparo.

Prima di tutto il bagaglio: dai un’occhiata a cosa mettere in valigia: la lista da stampare per il viaggio perfetto. Puoi anche stamparla e compilarla offline!
Per immergerti nell’atmosfera, prima, durante o dopo leggi un libro, magari scelto fra quelli che consiglio nell’articolo otto libri per un viaggio in Cina
Se volete farvi un’idea della Cina moderna andando oltre gli stereotipi leggete almeno uno dei libri di Giada Messetti*: La Cina è un Aragosta (2025)*, La Cina è già qui (2023)* o Nella Testa del Dragone (2023)*, disponibili anche come audiolibri si Audible (potete sfruttare la prova gratuita di 30 giorni*), ve li consiglio vivamente.
Altri articoli interessanti sulla cultura della Cina sono quelli su Guan Yin, la Signora della Compassione, sul calendario tradizionale cinese, sul Capodanno Cinese e sulla leggenda di Nian Shou il mostro del Capodanno cinese.
Scopri le destinazioni più interessanti come Hong Kong, il porto profumato o la riserva di Chengdu con i suoi Panda Giganti.
Ciao, a Presto!
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