Tra il 1975 e il 1979, in Cambogia, morì circa un quarto della popolazione. Non per una guerra contro un nemico esterno, ma per un progetto politico portato all’estremo.
Il regime dei Khmer Rossi, guidato da Pol Pot, prese il potere nel 1975 con l’obiettivo dichiarato di costruire una società agraria comunista assoluta, azzerando tutto ciò che la precedeva: città svuotate nel giro di pochi giorni, moneta abolita, proprietà privata cancellata, scuole chiuse, religione vietata.
Chi portava occhiali, parlava una lingua straniera o aveva semplicemente un’istruzione superiore rischiava di essere considerato un intellettuale e quindi nemico della rivoluzione. Milioni di persone furono costrette al lavoro forzato nelle campagne, in condizioni di fame sistematica e assenza quasi totale di cure mediche, mentre altre centinaia di migliaia furono uccise direttamente nei centri di detenzione e nei siti oggi noti come killing fields, i campi di sterminio.
Le stime storiche più accreditate parlano di circa un milione e mezzo, forse due milioni di morti, in un paese che allora contava poco più di sette milioni di abitanti: una delle proporzioni più alte di qualsiasi genocidio del Novecento.
Il regime cadde nel 1979, formalmente dopo l’intervento militare del Vietnam, ma le conseguenze demografiche e sociali sono rimaste visibili in Cambogia per decenni, in un paese che ha dovuto letteralmente ricostruire da zero un’intera generazione di insegnanti, medici e amministratori.
Il tribunale internazionale istituito con il sostegno delle Nazioni Unite, negli anni duemila, ha condannato solo alcuni dei responsabili di più alto grado ancora in vita, mentre gran parte della catena di comando non affrontò mai un processo individuale.
Oggi Phnom Penh e i luoghi legati a quegli anni, come il museo di Tuol Sleng, sono aperti alla visita non come attrazioni, ma come luoghi di memoria che la Cambogia ha scelto di non nascondere.
La storia della Cambogia contemporanea, tra ricostruzione e memoria, ha un post lungo dedicato sul blog.
