La seta cambogiana: un’arte quasi perduta che torna

di Max

Per anni si è temuto che una delle arti tessili più raffinate dell’Asia fosse scomparsa per sempre dalla Cambogia. Non è andata così, ma è stata vicina.

La tessitura della seta ha una tradizione lunghissima in Cambogia, con tecniche di tintura e intreccio note come hol, una forma di ikat in cui i fili vengono legati e tinti a più riprese prima ancora di essere tessuti, creando motivi geometrici e floreali complessi già visibili nei bassorilievi di Angkor. Durante il regime dei Khmer Rossi, tra il 1975 e il 1979, gran parte di questa conoscenza rischiò di scomparire insieme alle persone che la custodivano: molte tessitrici esperte furono uccise o disperse, gli allevamenti dei bachi da seta abbandonati, le tecniche tramandate solo oralmente andarono perdute in intere comunità del paese.

Dagli anni novanta in poi, diverse iniziative locali e internazionali hanno lavorato per far rinascere questa tradizione, raccogliendo le conoscenze delle poche tessitrici anziane sopravvissute e formando nuove generazioni di artigiane, spesso in villaggi delle province di Takeo e Siem Reap. Resta però un problema strutturale non ancora risolto: l’allevamento del baco da seta autoctono cambogiano, che produceva la caratteristica seta dorata locale, non si è mai davvero ripreso su larga scala, e oggi la maggior parte della seta grezza lavorata nel paese viene importata da Vietnam, Cina o Thailandia, un paradosso che pochi visitatori, e persino pochi acquirenti, conoscono davvero fino in fondo.

Ogni pezzo di seta cambogiana tessuto a mano, oggi, porta con sé sia l’eleganza della tecnica antica sia la fragilità di una tradizione che ha rischiato davvero di scomparire del tutto, e che si continua a difendere filo dopo filo.

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