Per secoli sono stati simbolo del potere reale. Oggi sono soprattutto una delle attrazioni turistiche più discusse del paese, e il dibattito è tutt’altro che chiuso.
L’elefante è un elemento fondamentale della cultura del Sud-est asiatico, come dell’India e di altre regioni asiatiche e prima di farsi un’opinione sul turismo che lo coinvolge conviene guardare alla storia. Per centinaia, forse migliaia di anni questi animali hanno sostenuto lo sviluppo economico della regione: nei campi, nei trasporti, nel disboscamento, prima che arrivassero i mezzi meccanici.
Il loro ruolo, però, non è mai stato solo pratico: in Thailandia l’elefante bianco è da secoli associato alla regalità e al buon auspicio. Un animale da lavoro e un simbolo sacro, spesso nello stesso villaggio, a volte nello stesso esemplare.
Oggi quel lavoro è stato in gran parte sostituito da mezzi meccanici, più economici da mantenere, ma resta il nodo di cosa fare degli animali che lo svolgevano (oltre che delle persone che li accudivano – i mahout). Costano cari da mantenere — un adulto arriva a mangiare più di cento chili di cibo al giorno — e difficilmente un privato può permetterselo a lungo, a meno di grandi disponibilità economiche. Non possono nemmeno essere semplicemente liberati: cresciuti a contatto con l’uomo, faticherebbero a sopravvivere da soli.
Il turismo ha in parte colmato quel vuoto economico, ma non senza controversie. I metodi di addestramento tradizionali e le condizioni di molti campi orientati al trekking o alle passeggiate con turisti caricati sul dorso sono state ripetutamente criticate da organizzazioni per il benessere animale.
Negli ultimi anni sono nati diversi santuari etici, dove gli elefanti non vengono cavalcati né costretti a esibizioni, ma osservati mentre si muovono, si lavano nei fiumi e si nutrono in un ambiente simile a quello naturale.
Il numero di elefanti selvatici in Thailandia, va detto, è diminuito drasticamente nell’ultimo secolo per la perdita di habitat forestale, al punto che oggi la popolazione addomesticata risulta più numerosa di quella libera. I santuari, con tutti i loro limiti, restano spesso l’unico modo perché questi animali continuino a vivere.
Per chi viaggia, la scelta del santuario giusto è oggi parte integrante di un’esperienza che vuole essere rispettosa tanto della cultura thailandese quanto del benessere degli animali coinvolti — un equilibrio che si raggiunge più facilmente osservando la realtà da vicino, che affidandosi soltanto ai giudizi che circolano sui social, spesso formulati da chi non si è fermato ad approfondire o a volte in un santuario non c’è nemmeno stato.
