Un tempio, una terrazza panoramica, turisti cinesi conosciuti per caso e un sentiero senza indicazioni: così sono arrivato sul monte Jingmai, davanti all’antico cipresso di Wengji. Un anziano custode di oltre duemila anni, dove la leggenda del drago si intreccia con il modo in cui i Blang vivono la religione.
Indice
Punti chiave
- La scheda forestale ufficiale attribuisce all’albero 2.580 anni.
- Il nome scientifico è Calocedrus macrolepis, una conifera della famiglia delle Cupressaceae.
- Cresce accanto al tempio buddista di Wengji, sul monte Jingmai.
- La tradizione locale lo chiama “l’antico cipresso che ascolta i sutra”.
- Il cipresso si trova nel paesaggio culturale delle antiche foreste del tè del monte Jingmai, Patrimonio Mondiale UNESCO nel 2023.
Accanto al tempio buddista di Wengji c’è un un antico cipresso che cresce a dispetto delle rivoluzioni e del progresso.
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Una guida trovata in hall e turisti trovati per strada
Ero a Pu’er, la città dello Yunnan che dà il nome al tè fermentato più famoso della Cina, e volevo visitare la montagna di Jingmai. Ne avevo sentito parlare per le piantagioni storiche e per gli alberi di tè selvatici che in quella zona hanno qualche secolo sulle spalle.
Il modo più semplice per organizzarsi l’ho scoperto per caso nella hall dell’albergo: ho inquadrato un QRCode di un volantino che pubblicizzava una guida locale. Ci siamo messi in contatto, ci siamo accordati su trasporto e compenso, non senza la difficoltà della barriera linguistica… e via!
Da Pu’er a Jingmai si impiegano circa tre ore e mezza di auto fra paesaggi che si fanno via via più montani. La mia guida non parlava una parola, dico una, di inglese – italiano, ovviamente, neanche a nominarlo.
Ho dovuto scavare negli abissi della memoria per abbozzare una conversazione in cinese, con l’unica certezza di aver capito meno di un decimo di quello che la guida mi diceva parlando alla velocità della luce, incurante del fatto che gli continuassi a ripetere di parlare lentamente (mi sono chiesto poi se glielo stessi chiedendo correttamente 😀).
In ogni caso abbiamo viaggiato velocemente, passato alcuni posti di controllo e poi, finalmente siamo arrivati sulla montagna.
Una volta a Wengji, uno dei due villaggi simbolo della zona, ho lasciato i pochi bagagli nella homestay dove avrei dormito e sono uscito per farmi un’idea di cosa mi circondasse.
Wengji è un villaggio abitato principalmente dalla comunità Blang, una minoranza etnica dello Yunnan meridionale che vive sulla montagna di Jingmai e coltiva il tè secondo un metodo tradizionale che prevede la coltivazione del tè direttamente nella foresta, sotto gli alberi più alti. La loro religione mescola il buddismo Theravada ad antiche credenze animiste: spiriti della natura e culto degli antenati.
Ho cominciato dal tempio buddista del villaggio, costruito o, meglio, ricostruito in stile Blang e Dai con il tetto spiovente a due falde. L’edificio attuale risale, infatti, al 2009 e segue uno schema che ho ritrovato poi su un pannello informativo sul posto: sala del Buddha, padiglione dei testi sacri e dormitori dei monaci, secondo un’architettura che mescola tratti Blang con quelli dei templi buddisti Han (l’etnia maggioritaria in Cina).
Mi sono affacciato alla terrazza panoramica, quella da cui nelle giornate giuste si vede un mare di nuvole sopra la valle e lì ho conosciuto un gruppo di turisti cinesi. È bastato poco perché mi arruolassero come fotografo ufficiale del gruppo e ho ricambiato l’ingaggio chiedendo a loro di fare qualche foto anche a me: un piccolo baratto che capita spesso in viaggio e che di solito funziona bene.

Un sentiero senza indicazioni

Finita la sessione fotografica sono rimasto a curiosare in giro, cercando qualche spunto, come faccio di solito quando un posto mi incuriosisce. Ho imboccato un sentiero senza capire l’indicazione, di quelli che in un villaggio come Wengji possono portare ovunque o da nessuna parte, e mi sono trovato faccia a faccia con l’albero (in realtà le indicazioni c’erano, ma non le avevo viste).
Il tronco occupava lo spazio con una certa autorità e la chioma si allargava sopra il tetto del tempio dal quale ero appena venuto. Ai piedi del tronco c’erano delle iscrizioni in cinese che, ovviamente, non ero in grado di comprendere, a parte qualche parola. Le ho fotografate con la fotocamera dell’iPhone e ho lasciato che la traduzione automatica facesse il suo lavoro, approssimativo ma sufficiente. Le iscrizioni parlavano di un antico cipresso, di un drago e dei Sutra, i Testi Sacri Buddisti.
Bastava quel poco per capire che dietro quel tronco enorme e dietro la recinzione che lo proteggeva c’era una storia che valeva la pena approfondire.
La leggenda del drago che si arrende ai sutra

Documentandomi ho scoperto che nel villaggio l’albero ha un nome preciso che si può tradurre come “l’antico cipresso che ascolta i sutra”. Il nome nasce da una leggenda che circola in almeno un paio di versioni ed è la parte della storia che mi interessa raccontare per intero.
Secondo la leggenda sulla montagna viveva un drago feroce che scendeva regolarmente a Wengji per tormentare il villaggio: rovinava i raccolti, spaventava il bestiame e non lasciava vivere in pace nessuno. Un giorno arrivò il Buddha in persona e si sedette proprio nel punto in cui oggi cresce il cipresso, cominciando a recitare i Sutra.
Il drago, quando lo vide così pacifico e rilassato, si avvicinò, pronto a dar fastidio e, se necessario, a cacciare con i mezzi opportuni il malcapitato.
Con immenso stupore si trovò davanti questo uomo seduto, che recitava versi senza curarsi di lui. Restò ad ascoltare, prima per sfida, poi per curiosità, infine perché quelle parole gli sembravano dire qualcosa di vero.
Quando il Buddha smise di recitare i Sutra, il drago non c’era più: al suo posto era spuntato un albero.
In un’altra versione dello stesso racconto il protagonista non è il Buddha ma un anziano monaco del villaggio, che decide di affrontare il drago da solo, perché nessun altro se la sente. Anche qui l’arma non è una spada ma la recitazione paziente dei sutra, portata avanti finché il drago si arrende non alla forza ma alla costanza.
Il risultato non cambia: il drago si trasforma nell’albero che oggi protegge il tempio invece di minacciarlo.
Un albero, uno spirito, un compromesso: animismo e buddismo tra i Blang
Per capire come a Wengji un ex drago pentito possa diventare un albero, conviene fare un passo indietro sul modo in cui il popolo che ha costruito questo villaggio, i Blang, vive la religione.

Prima che arrivasse il buddismo Theravada, i Blang erano animisti. Il buddismo si diffuse in queste zone soprattutto per l’influenza dei vicini Dai, una minoranza etnica dello Yunnan meridionale della stessa famiglia etnolinguistica dei popoli thai del Sud-est asiatico. I Blang credevano che uomini, animali, piante e persino le montagne fossero abitati da spiriti. Il benessere delle persone dipendeva dal rapporto con quegli spiriti e con gli antenati.
Il buddismo, arrivato dopo non ha cancellato questo strato più antico di credenze, ma gli si è sovrapposto. Ancora oggi i Blang praticano un buddismo che convive con il culto degli antenati e con il rispetto per gli spiriti della natura. Le due cose non vengono percepite come in contraddizione, ma piuttosto come una stratificazione ed un arricchimento culturale.

Lo stesso nome del villaggio lo conferma. Wengji in lingua Blang significa più o meno “il luogo scelto tramite divinazione”. La tradizione locale racconta che furono gli antenati Blang, arrivati come migranti, a individuare la posizione dell’insediamento consultando gli auspici, non semplicemente scegliendo un buon terreno.
Ancora oggi il tempio di Wengji ospita quelle che i pannelli informativi locali chiamano genericamente “attività rituali”, un’espressione laicizzata, che nella pratica include tanto le funzioni buddiste quanto le usanze legate al culto degli antenati.
Il villaggio conserva anche un punto simbolico chiamato zhàixīn (xin è il cuore), il “cuore del villaggio”, un centro cerimoniale comune ai villaggi Dai e Blang.
Il culto delle piante del té
Un esempio concreto riguarda il tè: per i Blang ogni pianta ha un proprio spirito, discendente diretto degli antenati del villaggio e tradizionalmente nessun albero da tè viene tagliato senza un rituale rivolto a quello spirito. Nelle foreste da tè della montagna capita di incontrare alberi segnalati con un cartello che li identifica come “albero dello spirito del tè”, spesso con una striscia di stoffa rossa legata al tronco come segno di rispetto.
Il cipresso di Wengji, invece, non è una pianta da tè e la sua leggenda non appartiene allo stesso culto, ma nasce dalla stessa logica culturale: la natura non è un semplice sfondo, è viva e le forze che la abitano non vengono distrutte ma ascoltate e integrate, draghi compresi
Il drago che si arrende ai sutra non è soltanto un bel racconto per i turisti: è il modo in cui questa cultura racconta da secoli l’incontro fra un mondo più antico fatto di spiriti e montagne e un buddismo arrivato dopo, che qui ha imparato a conviverci invece di sostituirlo.
Il Cipresso di Duemilacinquecento anni
La rivista dell’Amministrazione forestale dello Yunnan ha pubblicato nel 2025 una scheda molto precisa. L’albero sarebbe alto 20 metri, con una circonferenza del tronco di 10,80 metri e una chioma di circa 21 per 28 metri. La stessa fonte gli attribuisce 2.580 anni e lo descrive come il Calocedrus macrolepis, la conifera della famiglia delle Cupressaceae con la circonferenza più grande nello Yunnan.
L’albero è classificato in Cina come monumentale e la barriera intorno al tronco evita il contatto diretto riducendo il danneggiamento causato dai visitatori nel tempo.
Non è l’unico veterano protetto della zona: poco distante cresce anche un fico monumentale di circa 700 anni.
Wengji e le foreste del tè patrimonio dell’umanità
Wengji è uno dei villaggi tradizionali del popolo Blang compresi nel paesaggio culturale delle antiche foreste del tè del monte Jingmai, Patrimonio Mondiale UNESCO dal 2023. I Blang e i Dai hanno da sempre coltivato il tè sotto gli alberi, per conservare una struttura vegetale a più livelli invece di sostituire la foresta con una piantagione uniforme.
Le foreste da tè della montagna ospitano oggi oltre un milione di piante, in un’area dove sono state censite più di 130 famiglie botaniche.
Sono proprio le piantagioni secolari, in fondo, che mi avevano portato fin lassù.
In alcuni punti gli abitanti ogni anno, in primavera, dedicano ancora una cerimonia a un albero considerato la sede dello spirito del tè.
Ma il culto degli alberi qui nella montagna di Jingmai non finisce a Wengji: poco distante, tra i nuclei di Mangjing, crescono altri due giganti con le loro storie, il Banyan della Principessa e l’Albero dell’Ape Regina, di loro racconterò in un articolo a parte.

Come arrivare a Wengji, se volete arrivarci
Il punto di partenza più comodo resta Pu’er, da cui si raggiunge la montagna di Jingmai in circa tre ore e mezza di auto. Non esiste un collegamento pubblico comodo per la zona, quindi la soluzione più semplice resta accordarsi con una guida o un autista privato. A Wengji si può pernottare in una delle homestay del villaggio, un’occasione in più per rallentare e lasciare del tempo alla comprensione, invece di ridurre la visita a una tappa mordi e fuggi.

Quello che ho portato a casa
Non so se gli alberi possano davvero ascoltare. So che sono partito da Pu’er per vedere piantagioni di tè e alberi centenari, ho fatto il fotografo per un gruppo di sconosciuti su una terrazza panoramica e sono tornato a casa con il Wa Mao e la storia di un drago pentito, il che lo considero un ottimo bottino.
Non sapete cos’è il Wa Mao? leggete il mio articolo!
Domande frequenti
L’antico cipresso di Wengji ha davvero 2.500 anni?
La scheda pubblicata nel 2025 dall’Amministrazione forestale dello Yunnan gli attribuisce 2.580 anni. La fonte non specifica il metodo di datazione, quindi è corretto presentare il dato come una stima ufficiale e non come un’età dimostrata contando tutti gli anelli.
I Blang sono buddisti o animisti?
Entrambe le cose insieme. I Blang praticano il buddismo Theravada mantenendo credenze animiste più antiche legate agli spiriti della natura e al culto degli antenati, senza percepire le due tradizioni come incompatibili.
Bibliografia e fonti
- Cartellonistica informativa in loco (tempio buddista di Wengji, Tea Spirit Tree, Dapingzhang Old Tea Forest, scheda del secondo albero monumentale), fotografata durante la visita, luglio 2026.
- Yunnan Forestry, n. 6/2025, 徐伦先, “澜沧翁基柏树王:千年守护神与布朗族文化的瑰宝”. Fonte principale per specie, età attribuita, misure, altitudine, codice di registrazione, protezione e versione locale della leggenda.
https://lcj.yn.gov.cn/lyzz/2025/202506/files/basic-html/page94.html
https://lcj.yn.gov.cn/lyzz/2025/202506/files/basic-html/page95.html - UNESCO World Heritage Centre, “Cultural Landscape of Old Tea Forests of the Jingmai Mountain in Pu’er”. Fonte per iscrizione, struttura del paesaggio culturale, ruolo dei popoli Blang e Dai e credenze connesse alla natura e all’antenato del tè.
https://whc.unesco.org/en/list/1665/ - ICOMOS, “Old Tea Forests of the Jingmai Mountain (China), No 1665”, valutazione 2023. Fonte per villaggi compresi nel sito, coltivazione del tè sotto copertura forestale, architettura, religione e pressioni contemporanee.
https://whc.unesco.org/document/205726 - Royal Botanic Gardens, Kew – Plants of the World Online, scheda di Calocedrus macrolepis. Fonte tassonomica e distributiva.
https://powo.science.kew.org/taxon/urn:lsid:ipni.org:names:261793-1 - China Traditional Villages Digital Museum, scheda di Wengji. Fonte complementare per collocazione dell’albero, denominazione “古柏听经” e stima tradizionalmente diffusa fra 2.000 e 3.000 anni.
https://main.dmctv.com.cn/villages/53082810403/Buildings.html - Purcraftea, “The Blang People: Guardians of the China Tea Spirit” — fonte per il culto dello spirito del tè presso i Blang. https://purcraftea.com/the-blang-people-guardians-of-the-china-tea-spirit/
- Facts and Details, “Blang (Bulang) Minority” — fonte per animismo, culto degli antenati e convivenza con il buddismo Theravada. https://factsanddetails.com/china/cat5/sub31/entry-4402.html
Cina
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Se volete farvi un’idea della Cina moderna andando oltre gli stereotipi leggete almeno uno dei libri di Giada Messetti*: La Cina è un Aragosta (2025)*, La Cina è già qui (2023)* o Nella Testa del Dragone (2023)*, disponibili anche come audiolibri si Audible (potete sfruttare la prova gratuita di 30 giorni*), ve li consiglio vivamente.
Altri articoli interessanti sulla cultura della Cina sono quelli su Guan Yin, la Signora della Compassione, sul calendario tradizionale cinese, sul Capodanno Cinese e sulla leggenda di Nian Shou il mostro del Capodanno cinese.
Scopri le destinazioni più interessanti come Hong Kong, il porto profumato o la riserva di Chengdu con i suoi Panda Giganti.
Ciao, a Presto!
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