Sono andato all’Erawan Museum per un motivo abbastanza semplice: lo avevo visto su Instagram.
L’enorme elefante a tre teste appoggiato sopra un edificio rosa è difficile da ignorare, soprattutto perché è decisamente fotogenico, per cui mi ero sempre detto: prima o poi ci devo andare!
Punti chiave
- É un museo costruito su tre livelli simbolici (Suvarnabhumi, mondo degli uomini e Cosmo) dentro ad un elefante a tre teste, Erawan, la versione thailandese di Airavata, l’elefante di Indra.
- Si trova a Samut Prakan, subito a sud di Bangkok. Si raggiunge con la BTS, la metropolitana sopraelevata, scendendo alla stazione Chang Erawan (E17).
- É aperto tutti i giorni dalle 9:00 alle 18:00, con la biglietteria aperta fino alle 17:00.
- Costa 500 baht per gli adulti (circa 13€, ai cambi attuali) e 250 baht per i bambini (circa 6,50€, ai cambi attuali), ma si possono trovare offerte online
- Servono almeno un’ora e mezza per visitarlo, di più se si leggono i pannelli e si visita il giardino
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Erawan Museum è andato oltre le mie aspettative
Visto che era uno dei luoghi che non avevo ancora visitato nei dintorni di Bangkok, un bel giorno ho deciso che era giunto il momento di fargli una visita.
In realtà le mie aspettative erano abbastanza limitate, tant’è che avevo programmato nella stessa mattinata di andare al mercato di Pak Nam, non distante dal museo.
Ho dovuto ricredermi. L’Erawan Museum non è un insignificante museo e non è nemmeno soltanto un monumento costruito intorno a un’enorme figura mitologica. È un luogo nel quale collezionismo, religione, architettura e cosmologia si mettono insieme seguendo un progetto preciso.
Solo visitandolo dall’interno si capisce che l’elefante non è il punto di arrivo della visita, ma l’involucro di un percorso più complesso ed interessante.
Erawan, del resto, non è un personaggio scelto semplicemente perché scenografico. È la versione thailandese di Airavata, l’elefante mitologico associato a Indra, divinità del cielo, della pioggia e dei temporali.
Per chi ha già incontrato il racconto della Zangolatura dell’Oceano di Latte, il nome non è nuovo: a seconda delle versioni, Airavata è uno degli esseri straordinari emersi dall’oceano durante la ricerca dell’Amrita (il nettare dell’immortalità) o la causa dell’incidente alla base della storia.
In ogni caso un mito che si incontra in molte tradizioni e che merita almeno un approfondimento che potete trovare in questo articolo.

Un incontro all’inizio della visita
Il primo ricordo che associo all’Erawan Museum, però, non riguarda né Indra né Airavata: vi racconto l’aneddoto.
Poco dopo l’ingresso e prima ancora di salire all’interno del monumento, mi sono trovato davanti una signora cinese che cercava di spiegare qualcosa ad un addetto thailandese. Nessuno dei due riusciva a comprendere l’altro e, visto che da qualche anno studio qualche parola di cinese e thailandese, mi sono improvvisato.
Dire che ho fatto da interprete sarebbe esagerato. Avevo a disposizione poche parole, qualche gesto e molta buona volontà, ma alla fine siamo riusciti a capire quale fosse il problema, che conoscendo un po’ i Cinesi (e non solo) in vacanza non poteva essere che una fotografia.
Da lì ho preso in mano la situazione, ho scattato io le foto, chiedendo ovviamente lo stesso piacere alla “dama” cinese e ho continuato per un po’ la visita insieme a lei. Ho scoperto che era una grande viaggiatrice, che conosceva diverse zone della Cina lontane dai percorsi più turistici, così ho sfruttato l’opportunità e mi sono fatto dare qualche consiglio su alcuni luoghi che secondo lei meritavano di essere visitati. Il mio cinese non permetteva grandi conversazioni, ma era sufficiente per scambiarci qualche idea e farci qualche risata.
Poi ognuno ha proseguito per conto proprio. È una di quelle piccole situazioni che durante un viaggio sembrano marginali e invece rimangono associate a un posto quasi quanto ciò che si è andati a vedere.
Ripensandoci dopo la visita, è una curiosa coincidenza che un museo costruito intorno all’incontro tra culture, religioni e tradizioni diverse sia cominciato con una conversazione tra un italiano, una cinese e un thailandese.

Il mito dell’elefante: da Airavata a Erawan
Erawan è il nome con cui Airavata è conosciuto nella tradizione thailandese. Nelle antiche fonti indiane è l’elefante bianco di Indra, mentre nel passaggio attraverso il buddismo e le culture del Sud-est asiatico la sua figura si trasforma e assume caratteristiche locali.
Secondo la tradizione, Erawan possiede trentatré teste. Nell’arte thailandese, però, di solito lo si raffigura con tre, una forma che è diventata molto riconoscibile e che è stata ripresa anche per il museo.
Il complesso supera i quaranta metri di altezza ed il corpo dell’elefante rivestito di rame, che domina il complesso, ne costituisce l’involucro.
La costruzione iniziò negli anni Novanta e richiese quasi dieci anni di lavoro prima dell’apertura al pubblico nel 2003. Da fuori è comprensibile che tutta l’attenzione finisca sull’elefante, perché le dimensioni sono notevoli e l’accostamento con il grande basamento rosa è insolito, una volta entrati, però, diventa molto interessante capire perché sia stato costruito così.

Lek Viriyaphant e l’idea del museo
L’Erawan Museum nasce dalla visione di Lek Viriyaphant, imprenditore e collezionista thailandese nato nel 1914 che aveva studiato anche a Shanghai. Il suo interesse non riguardava soltanto l’arte antica, ma più in generale la storia, le religioni, la filosofia e le culture asiatiche.
La sua idea era che il patrimonio culturale non potesse essere conservato senza prima essere conosciuto. Per questo nei suoi progetti gli oggetti non si presentano quasi mai come pezzi isolati ma si inseriscono all’interno di un racconto più ampio. È lo stesso approccio che si ritrova nel Sanctuary of Truth di Pattaya* e in Ancient City*, il grande parco all’aperto con le riproduzioni dei monumenti thailandesi, sempre a Samut Prakan.
All’Erawan Museum questa idea prende forse la sua forma più particolare, perché l’edificio stesso serve a rappresentare una visione dell’universo. Il visitatore non osserva semplicemente degli oggetti esposti: attraversa tre livelli simbolici, dal mondo inferiore fino al cielo.
I tre livelli dell’Erawan Museum
Il museo è organizzato verticalmente in tre sezioni principali: Suvarnabhumi, associata al livello inferiore; il mondo degli esseri umani, che occupa la grande sala centrale; e il Cosmo, collocato nella parte più alta, all’interno dell’elefante.
Salire è parte della simbologia: si comincia dal basso, si attraversa il mondo degli uomini e si arriva infine al cielo.
Suvarnabhumi: il livello delle origini
Il livello inferiore prende il nome di Suvarnabhumi, parola che deriva dal sanscrito e che significa Terra dell’Oro. Molti conoscono il nome perché è anche quello dell’aeroporto internazionale di Bangkok, ma il termine è molto più antico e compare in testi indiani e buddhisti riferendosi a una regione orientale generalmente associata al Sud-est asiatico.
Nel museo il nome serve soprattutto a evocare un mondo delle origini, legato ai commerci, agli scambi culturali e all’antico Siam.
Qui si trovano diversi oggetti provenienti dalla collezione di Lek Viriyaphant, tra cui ceramiche e vasellame appartenenti a epoche e tradizioni differenti.
Tra i personaggi ricordati nei pannelli compaiono anche figure storiche come Ashoka (l’imperatore indiano del III secolo a.C. che favorì la diffusione del buddismo) e Jayavarman VII (il sovrano khmer che costruì Angkor Thom tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo), accanto a racconti nei quali storia e leggenda tendono spesso a sovrapporsi. È una caratteristica che ritorna più volte durante la visita e che inizialmente può creare un po’ di confusione, soprattutto se si prova a leggere ogni pannello come se fosse una ricostruzione storica in senso stretto.

Le ceramiche e le rotte commerciali
Una parte interessante del livello inferiore riguarda le ceramiche. Sono esposte, tra le altre, produzioni Sangkhalok (legate alle fornaci di Sukhothai e Si Satchanalai) e ceramiche Benjarong, associate alla corte siamese.
Guardandole soltanto come oggetti artistici si rischia però di perdere una parte importante della loro storia. Le ceramiche Sangkhalok furono esportate in diverse regioni dell’Asia attraverso le rotte commerciali marittime, mentre la storia delle Benjarong mette insieme produzione cinese, committenza siamese e adattamento ai gusti locali.
È forse uno degli aspetti che mi sono piaciuti di più di questa parte del museo: un oggetto che supera l’arte e l’artigianato e permette di raccontare commerci, relazioni e viaggi.

La sala centrale: il mondo degli uomini
Salendo dal livello inferiore si arriva nella grande sala centrale e il cambiamento è immediato. Gli spazi relativamente raccolti di Suvarnabhumi lasciano il posto a un ambiente molto più aperto, dominato dalle imponenti scale arrotondate.
È probabilmente l’interno più fotografato del museo e le fotografie ed i video non gli rendono giustizia. La vetrata è opera dell’artista tedesco Jakob Schwarzkopf e utilizza colori e simboli collegati agli elementi naturali, allo zodiaco e alla vita dell’uomo.
I quattro pilastri e le religioni
Uno degli elementi più interessanti della sala centrale sono i quattro grandi pilastri decorati con scene appartenenti a tradizioni religiose differenti: buddismo Theravada (la scuola prevalente in Thailandia), induismo, buddismo Mahayana (diffuso soprattutto in Cina, Corea e Giappone) e cristianesimo.
Sul pilastro legato al Theravada compaiono i Jataka, i racconti delle vite precedenti del Buddha, durante le quali egli sviluppa progressivamente le virtù necessarie al cammino verso l’illuminazione. Il pilastro induista presenta invece gli avatar di Vishnu, mentre quello dedicato al Mahayana richiama la figura di Avalokiteshvara, il bodhisattva della compassione che in Cina verrà conosciuto come Guanyin. Il quarto pilastro è dedicato al cristianesimo e rappresenta episodi che vanno dalla creazione alla vita di Gesù.
La presenza di queste quattro tradizioni nello stesso ambiente aiuta a capire abbastanza bene il pensiero di Lek Viriyaphant. Mostrare i diversi modi attraverso i quali gli esseri umani hanno cercato di spiegare l’esistenza, il rapporto con il mondo e la morale.
Le decorazioni sono talmente numerose che è facile passare davanti ai pilastri senza soffermarsi sulle scene rappresentate. Vale invece la pena girare intorno alla sala con calma e osservarli uno alla volta.
Il cielo dentro l’elefante
Dal mondo degli uomini si continua a salire fino all’interno dell’elefante. L’atmosfera cambia nuovamente. Lo spazio superiore è più raccolto, dominato dal blu e da una rappresentazione del cosmo sulla volta.
Questo livello si chiama, appunto, Cosmo ed è collegato alla cosmologia buddhista e al cielo di Tavatimsa, luogo di piaceri celestiali ed immensa longevità. É il Cielo dei Trentatré, governato da Sakka, la figura buddista derivata dall’Indra della tradizione indiana.
Al centro si trovano immagini del Buddha e lungo la sala sono disposte altre statue e oggetti sacri. Qui il museo si trasforma da spazio espositivo a tempio. Ci sono persone che pregano e lasciano offerte e occorre averne rispetto e fare silenzio.

Un monumento e diverse anime
Questo conclude la visita alle tre anime del monumento: l’anima artistica, l’insegnamento filosofico e l’aspetto religioso: nessuna di queste da sola lo definisce completamente. E per me è proprio questo che l’ha reso interessante.
La parte che mi è piaciuta di più? Il cielo, un luogo pacifico e raccolto e, forse incomincio ad amare i toni del blu più di quanto io voglia ammettere.
Tempo necessario per la visita dell’Erawan Museum
Per visitarlo con calma considererei almeno un’ora e mezza. Se si vogliono leggere diversi pannelli, osservare con attenzione le decorazioni e fare un giro anche nel giardino, è facile trattenersi più a lungo.
Non correrei direttamente verso la sala centrale o verso l’interno dell’elefante. Il piano inferiore è sicuramente meno spettacolare dal punto di vista visivo, ma aiuta a capire buona parte di quello che viene dopo, anche se io l’ho visitato per ultimo.
Anche il giardino merita un passaggio, perché riprende elementi della foresta mitologica dell’Himavanta e continua all’esterno il linguaggio simbolico usato all’interno dell’edificio.
Tenete presente che nei dintorni non c’è molto, quindi anche la caffetteria ha il suo perché…

Come arrivare all’Erawan Museum
L’Erawan Museum non si trova propriamente nella città di Bangkok, ma nella provincia di Samut Prakan, immediatamente a sud della capitale. È comunque abbastanza semplice raggiungerlo con i mezzi pubblici utilizzando la BTS Green Line, la metropolitana sopraelevata di Bangkok, fino alla stazione Chang Erawan, E17.
L’indirizzo è: 99/9 Moo 1, Bang Mueang Mai, Mueang Samut Prakan, Samut Prakan 10270, qui il link a Google Maps
La posizione può essere utile anche per organizzare altre visite nella stessa zona, perché a Samut Prakan si trova anche Ancient City, un altro dei grandi progetti voluti da Lek Viriyaphant.
Domande frequenti sull’Erawan Museum
L’Erawan Museum è a Bangkok?
No, si trova nella provincia di Samut Prakan, appena a sud di Bangkok, raggiungibile con la linea verde della BTS fino alla stazione Chang Erawan.
Quanto costa il biglietto per l’Erawan Museum?
500 baht per gli adulti (circa 13€) e 250 baht per i bambini (circa 6,50€), ai cambi attuali. L’audioguida è inclusa.
Quanto tempo ci vuole per visitare l’Erawan Museum?
Almeno un’ora e mezza per una visita con calma, di più per chi vuole leggere i pannelli con attenzione o fotografare senza fretta.
Si può visitare l’Erawan Museum insieme ad Ancient City?
Sì, sono nella stessa provincia e si possono abbinare in una giornata partendo presto, anche se per visitarli senza correre conviene dedicare loro due giorni distinti.
Si può entrare dentro l’elefante?
Sì. L’ultimo livello del museo si trova proprio all’interno della struttura dell’elefante.
Thailandia
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