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Articoli Recenti

7-eleven in Thailandia

7-Eleven in Thailandia: il tempio laico che nessuno si aspetta

di Max Pubblicato: 18/09/2026
Thailandia Scritto da Max

Prima di parlare del 7-Eleven in Thailandia, cosa è e dove nasce il 7-Eleven?

Il 7-Eleven è una catena di piccoli supermarket aperti tutto il giorno, tutti i giorni, pensati per soddisfare bisogni quotidiani rapidi: cibo pronto, bevande, snack, prodotti per la casa, servizi di base.

Il nome deriva dall’orario originale di apertura: dalle 7 del mattino alle 11 di sera, che all’epoca della fondazione, nel 1927 a Dallas, Texas, era già considerato straordinariamente lungo.

Questi negozietti si sono trasformati nel tempo in uno dei brand retail più riconoscibili al mondo. Oggi la catena conta oltre 85.000 punti vendita in più di 20 paesi, con una presenza particolarmente dominante in Asia orientale e sudorientale — Giappone, Corea del Sud, Taiwan, e appunto Thailandia — dove ha preso una forma completamente diversa da quella americana originale: più ricca, più integrata nella vita quotidiana, quasi irriconoscibile rispetto al modello di partenza.

Indice dell'articolo : clic per aprire

Clicca sul titolo per andare alla sezione

  • Prima di parlare del 7-Eleven in Thailandia, cosa è e dove nasce il 7-Eleven?
  • In questo articolo:
  • Il paese dei 7 — qualche numero che fa girare la testa
  • Come un 7-Eleven in Thailandia diventa un punto di riferimento?
  • Cosa ci trovate dentro (la lista è più lunga di quanto pensiate)
  • Il 7-Eleven come fenomeno sociale
  • La questione plastica (o: il capitolo grottesco)
  • Qual è il periodo migliore per visitare un 7-Eleven in Thailandia?
  • Come si arriva a capire davvero il 7-Eleven in Thailandia?
  • Tre angoli di Bangkok dove la concentrazione fa effetto
  • Domande frequenti
    • Quanti 7-Eleven ci sono in Thailandia?
    • Si possono mangiare cibi caldi al 7-Eleven in Thailandia?
    • È vero che si pagano le bollette al Seven in Thailandia?
  • Thailandia

In questo articolo:

  • La Thailandia è il secondo paese al mondo per numero di 7-Eleven: oltre 15.000 negozi (dato maggio 2025)
  • Bangkok da sola ospita tra 4.500 e 5.000 punti vendita, circa il 30–35% del totale nazionale
  • Il 7-Eleven non è solo un negozio: si pagano bollette, si ricaricano sim, si mangia caldo a qualsiasi ora
  • La catena è gestita da CP All, sussidiaria del colosso thailandese Charoen Pokphand, ed è quotata in borsa
  • Il rapporto tra i thailandesi e il Seven, come lo chiamano tutti, mescola dipendenza, ironia e un certo affetto inspiegabile

Il paese dei 7 — qualche numero che fa girare la testa

Prima di raccontare com’è davvero il 7-Eleven in Thailandia, vale la pena capire le dimensioni del fenomeno, perché altrimenti si rischia di non crederci.

Al 13 maggio 2025, CP All — la società che gestisce la catena in esclusiva — contava 15.430 punti vendita in tutto il territorio nazionale. Per capire cosa significa: è il secondo paese al mondo per numero di 7-Eleven, superato solo dal Giappone.

Bangkok, essendo il mercato più grande, ospita circa il 30–35% del totale, vale a dire tra 4.500 e 4.800 negozi solo nella capitale. Non si tratta di una statistica astratta: significa che a Bangkok trovate un 7-Eleven in media ogni pochi isolati. Ho letto di persone che, da un incrocio, ne vedevano tre in contemporanea, uno per ogni angolo. La quarta presenza era probabilmente nascosta in un vicolo.

Il primo negozio in Thailandia aprì il 1° giugno 1989 su Patpong Road a Bangkok — sì, la stessa strada famosa per i mercatini notturni e la vita che si svolge esclusivamente dopo il tramonto. I primi anni non furono facili: i consumatori thailandesi non erano abituati al concetto di convenience store, e il negozio operò in perdita finché CP non studiò i modelli americani e giapponesi e li adattò al mercato locale. Trentasei anni dopo, ci sono 15.000 negozi. Non male come adattamento.

💡Il primo 7-eleven della thailandia

Non cercatelo sulle mappe, il luogo esatto non viene indicato esattamente, potete intuirlo se ci andate. Stando alle informazioni disponibili l’indirizzo è questo: 61/1 Thanon Phat Phong, Suriya Wong, Bang Rak, Bangkok 10500. Si trova proprio all’angolo dell’ingresso principale del famoso mercato notturno di Patpong, a pochi passi dall’incrocio tra Patpong 1 e Silom Road. Per raggiungerlo prendete la BTS Skytrain fino alla stazione di Sala Daeng o la MRT Subway fino alla stazione di Silom. Da lì, Patpong Road è raggiungibile con una breve passeggiata di 2-3 minuti. Vi aggiungo il link alla posizione esatta su Google Maps.

La catena detiene circa il 70% del mercato dei convenience store in Thailandia, con un fatturato che secondo stime risalenti al 2017 si aggirava già intorno ai 480 miliardi di baht annui, con oltre 11 milioni di clienti al giorno. Numeri che fanno capire perché CP All sia una delle società più capitalizzate alla Borsa di Bangkok.

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Come un 7-Eleven in Thailandia diventa un punto di riferimento?

La risposta, per chiunque abbia viaggiato in Thailandia anche solo una settimana, è semplice: perché funziona, è ovunque, e apre sempre.

La maggior parte dei 7-Eleven in Thailandia è aperta 24 ore su 24, 7 giorni su 7. In un paese con un clima che alle tre del pomeriggio di agosto vi farà rimpiangere scelte di vita importanti, poter entrare in un locale con l’aria condizionata a qualsiasi ora non è un comfort: è sopravvivenza. I viaggiatori di lungo corso lo sanno bene: il 7-Eleven è la prima tappa dopo un volo notturno, l’ultimo rifugio prima di tornare in albergo dopo una serata al night market, il posto dove ci si ritrova quando non si sa dove altro andare.

I social media dei viaggiatori in Thailandia ripropongono ogni giorno lo stesso piccolo rituale: il toast caldo del Seven (quello al prosciutto e formaggio diventato leggendario), il thai iced tea in bustina, e qualche minuto di pausa nel fresco dell’aria condizionata. È diventato parte dell’esperienza del viaggio tanto quanto un tempio o un mercato galleggiante. Forse più onesto di alcuni mercati galleggianti ricostruiti per i turisti, ma questa è un’altra storia.

Venditore di biglietti della lotteria fuori dal 7-Eleven in Thailandia
Venditore di biglietti della lotteria fuori dal 7-Eleven in Thailandia

Cosa ci trovate dentro (la lista è più lunga di quanto pensiate)

Il punto è che il 7-Eleven thailandese non assomiglia a quelli del resto del mondo. Non è il posto dove comprate una bottiglietta d’acqua e ve ne andate. È qualcosa di più vicino a un piccolo presidio urbano multifunzione.

All’interno trovate pasti pronti in stile thai, noodle, riso, sandwich, prodotti da forno freschi e un banco caffè con la linea All Café, dove un espresso o un latte freddo costa circa 35 baht — meno di un euro. Per molti lavoratori thailandesi è la colazione quotidiana e spesso anche il pranzo.

Ma i prodotti alimentari sono solo la parte visibile. Al bancone del 7-Eleven si pagano le bollette, si ricaricano le sim (utilissimo per chi arriva e compra una scheda locale), si fanno prelievi, si stampano documenti, si prelevano pacchi. In certi casi si prenota anche il treno. In Thailandia i 7-Eleven funzionano come piccoli hub di servizi. Non è un’esagerazione retorica: per molte persone che vivono in aree senza uffici postali efficienti o banche facilmente raggiungibili, è un punto di accesso reale ai servizi quotidiani.

E poi c’è la ya dom, l’inalatore alle erbe che trovate esposto vicino alla cassa. Contiene mentolo, eucalipto, canfora e altre erbe aromatiche. I thailandesi lo usano per rinfrescarsi, in caso di stordimento da caldo, per naso chiuso o semplicemente come piccolo reset nel mezzo di una giornata lunga. Dopo qualche giorno in Thailandia cominciate a vederlo ovunque: in mano a qualcuno sulla metropolitana di Bangkok, sul sedile dello scooter, in tasca a metà di una camminata sotto il sole. È uno di quegli oggetti che diventano souvenir involontari, uno di quelli che vale la pena portare a casa.

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Il 7-Eleven come fenomeno sociale

C’è qualcosa di socialmente interessante nel modo in cui i 7-Eleven si sono integrati nella vita urbana thailandese, e non riguarda solo la comodità.

Il negozio è diventato punto di incontro. Non formale, non dichiarato, ma reale. “Ci vediamo al Seven all’angolo” è una frase che si sente. I rider delle app di consegna aspettano fuori dai Seven durante le ore di punta. I lavoratori della ristorazione ci comprano le sigarette tra un turno e l’altro. I turisti ci si fermano per orientarsi, ricaricare il telefono, aspettare qualcuno in ritardo.

La dimensione sociale del fenomeno è diventata abbastanza rilevante da generare anche episodi di satira internazionale: un post virale su Facebook thailandese prendeva bonariamente in giro i turisti malesi che entrano nei Seven come se stessero “saccheggiando” il negozio, portando via quantità industriali di Meiji Banana Milk e toastie al formaggio, come se si preparassero a un’apocalisse zombie. La risposta malese è stata, con fair play non scontato, di trovare la cosa abbastanza divertente. I Seven sono talmente iconici da generare il loro genere di folklore transnazionale.

C’è anche una dimensione meno divertente, ma ugualmente rivelatrice. I Seven sono percepiti come spazi quotidiani essenziali, e questo spiega perché i comportamenti insoliti al loro interno tendano a suscitare reazioni più forti che in altri contesti. Quando nel 2026 una turista straniera ha filmato sé stessa versarsi latte e snack addosso in un punto vendita di Bangkok, la risposta online è stata immediata e intensa: i netizen thailandesi hanno definito il gesto irrispettoso, uno spreco e un esempio emblematico del problema crescente degli influencer che trattano la Thailandia come un set cinematografico personale. Il che dice qualcosa sul posto che il Seven occupa nell’immaginario locale: non è un negozio qualunque. Rovinarci il pavimento di latte è più o meno come fare qualcosa di stupido in un luogo pubblico che la gente considera suo.

La questione plastica (o: il capitolo grottesco)

Nessun articolo onesto sul 7-Eleven in Thailandia può ignorare il tema delle buste di plastica. Per anni, il Seven è stato famoso — o famigerato, dipende dal punto di vista — per una politica sull’imballaggio che aveva del comico.

I commessi di 7-Eleven erano celebri per la velocità con cui infilavano una singola lattina di birra in una busta di plastica, aggiungendo una cannuccia di plastica avvolta in altra plastica, tutto prima che riusciste ad aprire la bocca per dire “no grazie”. La pratica standard prevedeva di mettere gli acquisti non in una, ma in due buste — nel caso la prima si rompesse sotto il peso devastante di un sacchetto di patatine.

Nel 2020 è arrivato il grande annuncio: CP All bandisce le buste monouso. L’iniziativa fu accompagnata da una massiccia campagna mediatica. Peccato che, appena tre mesi dopo il “divieto”, le buste fossero di nuovo in circolazione nella maggior parte dei negozi, perché il provvedimento non aveva mai avuto meccanismi di applicazione reali — era un accordo volontario tra aziende e governo, non una legge.

CP All ha anche lanciato il programma “7 Go Green“, che premia con punti fedeltà i clienti che rifiutano la busta di plastica. L’intenzione è buona, la coerenza è ancora in fase di miglioramento. È una di quelle storie in cui il gigante vuole fare la cosa giusta ma ci mette un po’ più tempo di quanto annunci. Il tema rimane aperto.

Qual è il periodo migliore per visitare un 7-Eleven in Thailandia?

Sempre. Sono aperti sempre. Questo è il punto.

Più seriamente: se viaggiate in Thailandia tra novembre e febbraio, il clima è più fresco e la tentazione di usare il Seven come rifugio climatizzato è leggermente inferiore. Ma la funzione rimane la stessa in ogni stagione: è il posto dove comprate l’acqua fredda dopo tre ore di templi sotto il sole di marzo, dove trovate un pasto caldo alle due di notte di luglio quando tutto il resto è chiuso, dove vi fermate a orientarvi quando il telefono è scarico e non capite dove siete.

Come si arriva a capire davvero il 7-Eleven in Thailandia?

Vivendoci qualche giorno. Non c’è un’altra strada.

I primi giorni lo usate perché è comodo. Verso il terzo o quarto giorno cominciate a notare le cose che non avevate visto: il bancone con i servizi, le persone che aspettano sedute fuori, i rider parcheggiati con gli scooter, il signore anziano che legge il giornale su una sedia di plastica davanti all’ingresso. Capite che non siete in un negozio — siete in un piccolo nodo della vita urbana thailandese.

🐢 Le Meditazioni del Panda dal Tempio di BambùScopri di più su questa rubrica

Il luogo dove tutti si fermano non è mai un luogo qualunque

— Guì

Ogni volta che entro in un Seven in Thailandia — e ci entro spesso, troppo spesso per definirmi turista consapevole — mi fermo un secondo più del necessario. Non per il toast al formaggio. Per guardare chi c’è dentro. C’è sempre qualcuno che aspetta, qualcuno che mangia in piedi, qualcuno che ricarica il telefono agganciato alla presa vicino al bancone del caffè. I templi li visitiamo, i Seven li abitiamo. Guì direbbe che questa è già una distinzione importante.

Tre angoli di Bangkok dove la concentrazione fa effetto

Se siete a Bangkok e volete toccare con mano cosa significa avere un Seven ogni cinquecento metri, vale la pena passare per Sukhumvit, la lunga arteria commerciale che attraversa il centro est della città: lungo certi tratti trovate due o tre punti vendita a distanza di pochi minuti a piedi. Lo stesso vale per Silom e per Ratchadamri. Non è raro vedere un Seven di fronte a un altro Seven — due diversi, sulla stessa strada, per coprire i due flussi di marciapiede opposti. La logica è impeccabile. Il risultato è leggermente surreale.

Domande frequenti

Quanti 7-Eleven ci sono in Thailandia?

Al maggio 2025 sono 15.430, gestiti interamente da CP All Public Company Limited, controllata del gruppo Charoen Pokphand. La Thailandia è il secondo paese al mondo per numero di punti vendita, dopo il Giappone.

Si possono mangiare cibi caldi al 7-Eleven in Thailandia?

Sì. La maggior parte dei punti vendita dispone di cibo pronto caldo: riso, noodle, toast, prodotti da forno freschi e un bancone caffè con la linea All Café. Alcuni hanno anche un’area con piccoli tavoli o sgabelli, ma non è la norma.

È vero che si pagano le bollette al Seven in Thailandia?

Sì. I 7-Eleven in Thailandia offrono servizi che vanno ben oltre la vendita al dettaglio: pagamento di bollette, ricarica di sim card, prelievi, ritiro pacchi e in alcuni casi anche prenotazione di trasporti. Per molti residenti è il punto di accesso principale a diversi servizi quotidiani.

Thailandia

Paesaggi, mare, città, montagne, persone, storia, tradizioni e spiritualità: la Thailandia offre tutto questo e molto di più. Il Paese del Sorriso accoglie i visitatori con un calore ed una gentilezza unica che vi conquisterà fin dal primo giorno.

Immergetevi nelle ricche culture di questo incredibile paese mentre scoprite le sue storie affascinanti, le città vibranti, i paesaggi mozzafiato e il cibo delizioso.

Dal 1 maggio 2025 la Thailandia adotta il sistema digitale di registrazione prima dell’arrivo nel paese: il TDAC – Thailand Digital Arrival Card, obbligatorio per tutti i viaggiatori. Scoprite cos’è e come compilarlo.

Partiamo dalla capitale: Bangkok è una città che da sola potrebbe valere il viaggio. Scopritene le meraviglie e le gemme nascoste.

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Dirigetevi a Nord a scoprire la magnifica Ayutthaya ed il suo parco storico: solo un’ora di viaggio da Bangkok. Se avete tempo procedete verso Sukhothai, la culla della civiltà Thai e la sua gemella Si Satchanalai. Fermatevi alla tranquilla Lampang prima di proseguire verso lo storico Regno di Lanna: Chiang Mai e Chiang Rai vi aspettano con la loro cultura vibrante ed i movimentati mercati.

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Pubblicato: 18/09/2026
La lesa maestà in Thailandia: il re è intoccabile

La lesa maestà in Thailandia: il re è intoccabile

di Max Pubblicato: 15/09/2026
Curiosità dal Mio Oriente Scritto da Max

C’è un argomento che in Thailandia è meglio lasciare fuori da ogni conversazione da viaggiatori, per legge e non solo per educazione: la monarchia.

La Thailandia ha una delle leggi di lesa maestà più severe al mondo, prevista dall’articolo 112 del codice penale, che punisce con il carcere chiunque insulti, diffami o minacci il re, la regina, l’erede al trono o il reggente.

Le pene possono arrivare fino a quindici anni di reclusione per ogni singolo capo d’imputazione, e nel corso degli anni la legge è stata applicata anche a critiche indirette, contenuti social, opere teatrali o semplici battute, in un contesto in cui la monarchia è considerata dalla cultura tradizionale thailandese una figura quasi sacra, al centro dell’identità nazionale insieme al buddismo.

Per chi viaggia, questo si traduce in una regola pratica semplice: evitare qualsiasi commento sulla famiglia reale, anche apparentemente innocuo o scherzoso, comprese le battute che in altri paesi sarebbero considerate normale conversazione politica. Le banconote e le monete, che riportano l’effigie reale, vanno trattate con rispetto: calpestarle anche per errore, per esempio per recuperarle da terra, è visto come un gesto gravemente irrispettoso.

Ritratti del re sono esposti ovunque, da uffici pubblici a piccoli negozi, non come semplice decorazione ma come segno di lealtà condivisa. La legge non distingue tra cittadini thailandesi e stranieri, ed è stata applicata negli anni anche a turisti per commenti pubblicati sui social media durante il soggiorno nel paese.

È uno dei tanti casi in cui capire una regola, anche senza per forza condividerla, aiuta a viaggiare con più consapevolezza, evitando spiacevoli incomprensioni con le autorità locali durante il soggiorno.

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Pubblicato: 15/09/2026
L'esercito di terracotta: cosa custodiva davvero?

L’esercito di terracotta: cosa custodiva davvero?

di Max Pubblicato: 11/09/2026
Curiosità dal Mio Oriente Scritto da Max

Ottomila soldati di argilla, ognuno con un volto diverso dagli altri. Vennero scoperti per caso, nel 1974, da alcuni contadini che stavano scavando un pozzo.

L’esercito di terracotta fu realizzato per volere di Qin Shi Huang, il primo imperatore che unificò la Cina nel 221 avanti Cristo, e doveva accompagnarlo nell’aldilà proteggendolo come aveva fatto in vita.

Il complesso, situato vicino alla città di Xi’an, comprende oltre ottomila tra soldati, cavalli e carri da guerra, ciascuno scolpito con dettagli individuali nel volto, nell’acconciatura e nella posizione delle mani, anche se gli studiosi ritengono che molte parti del corpo fossero prodotte in serie con stampi standard e poi assemblate e rifinite a mano, un sistema di produzione sorprendentemente moderno per l’epoca.

Le statue, oggi color argilla, in origine erano dipinte con colori vivaci che si sono quasi completamente dissolti nel giro di pochi minuti dal contatto con l’aria, al momento degli scavi: uno dei motivi per cui gli archeologi cinesi procedono con estrema cautela prima di aprire nuove sezioni del sito.

La stessa cautela riguarda la tomba dell’imperatore, situata poco distante e mai aperta ufficialmente: lo storico Sima Qian, vissuto circa un secolo dopo la morte di Qin Shi Huang, descrisse un mausoleo interno percorso da fiumi di mercurio in movimento, e analisi del terreno condotte in tempi recenti hanno effettivamente rilevato concentrazioni di mercurio anomale nell’area, un dettaglio che rende quel racconto antico meno leggendario di quanto sembri.

Solo una piccola parte del sito, circa un migliaio di statue restaurate, è oggi visibile nei tre padiglioni aperti al pubblico: il resto rimane sepolto, in attesa di tecniche di conservazione più sicure. L’esercito resta oggi uno dei siti archeologici più visitati della Cina, ma anche uno dei meno realmente esplorati.

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Pubblicato: 11/09/2026
Il Mekong: il fiume che nutre il sud-est asiatico

Il Mekong: il fiume che nutre il sud-est asiatico

di Max Pubblicato: 08/09/2026
Curiosità dal Mio Oriente Scritto da Max

Nasce tra i ghiacciai dell’altopiano tibetano e finisce, quattromila chilometri dopo, in un delta che sfama milioni di persone. Nel mezzo, attraversa sei paesi senza mai fermarsi davvero.

Il Mekong nasce in Cina, dove è conosciuto come Lancang, attraversa ll Myanmar, lambisce la Thailandia, passa in Laos ed in Cambogia, infine sfocia in Vietnam, dove si apre nel grande delta che si affaccia sul Mar Cinese Meridionale. In lingua lao viene chiamato Mae Nam Khong, letteralmente “fiume madre”, un nome che non è affatto decorativo: lungo il suo corso si concentra una delle attività di pesca d’acqua dolce più produttive al mondo, da cui dipendono, direttamente o indirettamente, i mezzi di sussistenza di decine di milioni di persone tra Laos, Cambogia e Vietnam.

Il ritmo del fiume segue le stagioni monsoniche con una regolarità che per secoli ha scandito la vita agricola della regione: le piene stagionali depositano sedimenti fertili lungo le sponde, rendendo possibili le risaie che nutrono intere popolazioni, mentre nella stagione secca il livello si abbassa in modo drastico, rivelando banchi di sabbia e isolotti temporanei. Negli ultimi decenni questo equilibrio è stato messo sotto pressione dalla costruzione di numerose dighe idroelettriche lungo il corso superiore del fiume, soprattutto in territorio cinese, che modificano artificialmente le portate stagionali e riducono il trasporto di sedimenti verso valle, con conseguenze dirette sulla pesca e sull’agricoltura dei paesi a valle. A valle, in Cambogia, il legame del Mekong con il lago Tonle Sap arriva perfino a invertirne la corrente durante la stagione delle piogge, uno dei fenomeni idrologici più singolari del pianeta.

Per chi viaggia in Laos, Cambogia e Vietnam, il Mekong non è mai solo un paesaggio: è il filo che tiene insieme i mercati, i villaggi di pescatori e le rotte delle barche lente che ancora oggi collegano intere regioni prive di strade.

Ho visto il Mekong in Cina quando ancora si chiama Lancang, l’ho attraversato per arrivare in Thailandia dal Laos, l’ho ammirato a Luang Prabang, ci ho fatto il bagno coi delfini in Cambogia e l’ho risalito in Vietnam. Un sogno che è diventato parte della mia vita.

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Pubblicato: 08/09/2026
I monaci buddisti in Thailandia: le regole che non sapevate

I monaci buddisti in Thailandia: le regole che non sapevate

di Max Pubblicato: 04/09/2026
Curiosità dal Mio Oriente Scritto da Max

Non possono toccare una donna, non mangiano dopo mezzogiorno, e molti di loro indossano la tunica per poche settimane soltanto. Le regole dei monaci thailandesi sono più sorprendenti di quanto sembri.

I monaci buddisti in Thailandia seguono un codice monastico molto rigido, il Patimokkha, composto da 227 precetti che regolano ogni aspetto della vita quotidiana. Tra le regole più note c’è il divieto di contatto fisico diretto con le donne: un monaco non stringe una mano, non riceve un oggetto direttamente dalle mani di una donna e, se necessario, si affida a un panno intermedio o lo appoggia su una superficie perché lei lo prenda.

Un’altra regola riguarda il cibo: i monaci consumano due soli pasti al giorno, entrambi prima di mezzogiorno, e dopo quell’ora si astengono da qualsiasi alimento solido fino al mattino successivo.

Anche il colore della tunica ha un significato: la tonalità zafferano più diffusa deriva dalle tinture vegetali usate tradizionalmente nei monasteri, mentre i monaci della tradizione forestale indossano spesso tuniche più scure, tinte con legno o corteccia.

Una delle caratteristiche più distintive del buddismo thailandese, però, riguarda la durata della vita monastica: a differenza di molte altre tradizioni, in Thailandia è normale e socialmente incoraggiata l’ordinazione temporanea.

Moltissimi uomini thailandesi vestono la tunica per un periodo che può durare da poche settimane a qualche mese, spesso in un momento preciso della vita, come dopo la scuola o prima del matrimonio, per poi tornare alla vita laica senza che questo sia considerato un fallimento o un’eccezione: è, al contrario, una tappa quasi rituale della crescita personale, vissuta da re e persone comuni allo stesso modo, e viene spesso descritta come un modo per un figlio di dedicare merito spirituale ai propri genitori.

Il galateo da tenere nei templi thailandesi ed in genere nel sud est asiatico ha un post dedicato nel blog.

Monaco in meditazione - Cambogia
Monaco in meditazione – Cambogia
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Pubblicato: 04/09/2026
Il tak bat: l'elemosina dei monaci all'alba di Luang Prabang

Il tak bat: l’elemosina dei monaci all’alba di Luang Prabang

di Max Pubblicato: 01/09/2026
Curiosità dal Mio Oriente Scritto da Max

Prima delle sei del mattino, centinaia di monaci in tunica color zafferano attraversano in silenzio le strade di Luang Prabang. Nessuno parla. Nessuno dovrebbe.

Il tak bat è la questua quotidiana dei monaci buddisti (richiesta delle elemosine), un rito antico quanto il buddismo Theravada praticato in tutto il sud-est asiatico, ma che a Luang Prabang, patrimonio UNESCO nel cuore del Laos, ha assunto un valore quasi identitario per la città. Ogni mattina, all’alba, file di monaci escono dai monasteri e camminano scalzi lungo le strade principali, raccogliendo nelle ciotole di offerta soprattutto riso glutinoso, ma anche frutta o piccoli dolci, offerti dagli abitanti inginocchiati sui marciapiedi. Per chi dona, il gesto è un atto di tam bun, l’accumulo di merito buddista che si crede porti benefici nella vita presente e in quelle future; per il monaco, ricevere è altrettanto parte della pratica, non un privilegio, ed è coerente con la regola che vieta ai religiosi di coltivare, cucinare o conservare provviste proprie.

Ogni giorno a Luang Prabang partecipano al rito diverse centinaia di monaci provenienti da più di trenta monasteri della città, il che rende questo tak bat uno dei più imponenti di tutto il sud-est asiatico.

Il rito, però, negli ultimi decenni ha subito le pressioni del turismo di massa: gruppi che si avvicinano troppo per fotografare, venditori che offrono riso di scarsa qualità ai turisti spacciandolo per l’omaggio tradizionale, persone che toccano i monaci per un selfie. Le autorità locali e diverse guide turistiche invitano ormai esplicitamente a osservare da distanza, in silenzio, senza flash e senza intromettersi nella fila, lasciando che il tak bat resti quello che è sempre stato: un momento tra chi dona e chi riceve, non uno spettacolo organizzato per chi guarda.

Luang Prabang, tra monasteri dorati e il Mekong che la attraversa, ha una guida tutta sua sul blog.

Questua dei Monaci a Luang Prabang - nota anche come cerimonia del Tak Bat o Alms Giving o offerta delle elemosine
Questua dei Monaci a Luang Prabang – nota anche come cerimonia del Tak Bat o Alms Giving o offerta delle elemosine
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Pubblicato: 01/09/2026
La Grande Muraglia non si vede dallo spazio: il mito da sfatare

La Grande Muraglia non si vede dallo spazio: il mito da sfatare

di Max Pubblicato: 28/08/2026
Curiosità dal Mio Oriente Scritto da Max

È una delle “verità” più ripetute sulla Cina, ripresa in libri di scuola e documentari. Ed è quasi del tutto falsa.

Il mito secondo cui la Grande Muraglia cinese sarebbe l’unica opera umana visibile dallo spazio, o persino dalla Luna a occhio nudo, circola da così tanto tempo da essere considerato quasi un fatto acquisito. In realtà nasce ben prima dell’era spaziale: le prime tracce di questa affermazione risalgono a pubblicazioni di inizio Novecento, decenni prima che qualcuno avesse mai lasciato l’atmosfera terrestre, ed è stata poi ripresa e amplificata da programmi televisivi e manuali scolastici senza mai essere verificata davvero.

Gli astronauti che sono realmente andati nello spazio l’hanno smentita più volte, incluso l’astronauta cinese Yang Liwei dopo la prima missione con equipaggio di Pechino nel 2003. Il problema è di semplice geometria: la muraglia è larga in media pochi metri, non troppo diversa da un’autostrada, e dall’orbita bassa terrestre, attorno ai 400 chilometri di altitudine, distinguerla a occhio nudo dal resto del paesaggio è estremamente difficile, complice anche il fatto che è costruita con materiali simili al terreno circostante.

Alcuni astronauti sono comunque riusciti a fotografarne un tratto con un teleobiettivo, in condizioni di luce radente particolarmente favorevoli, ma si tratta di un’eccezione tecnica, non della visibilità a occhio nudo di cui parla il mito. Dalla Luna, a quasi 400.000 chilometri di distanza, l’idea diventa semplicemente impossibile: a quella distanza non si distingue nessuna struttura costruita dall’uomo, grande quanto si vuole.

Resta comunque un’opera fuori scala se guardata da terra: oltre 20.000 chilometri, costruita e ricostruita in epoche diverse per quasi duemila anni. Non aver bisogno dello spazio per stupire, forse, è un primato più interessante di quello leggendario.

La storia della sua costruzione, tratto per tratto, meriterà un articolo a parte sul blog.

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Pubblicato: 28/08/2026
Ganesha: chi è davvero il dio dalla testa di elefante?

Ganesha: chi è la Divinità dalla Testa di Elefante?

di Max Pubblicato: 25/08/2026
Curiosità dal Mio Oriente Scritto da Max

Confesso una piccola ossessione: colleziono statue di Ganesha da anni, ovunque le trovi in viaggio. Ogni volta imparo un pezzo in più della sua storia.

Ganesha è uno degli dei più amati e riconoscibili dell’induismo, figlio di Shiva e Parvati, venerato come colui che rimuove gli ostacoli, Vighnaharta, e per questo invocato all’inizio di qualsiasi impresa importante: un matrimonio, un viaggio, l’apertura di un negozio, persino la prima pagina di un libro. La sua testa di elefante nasce da un mito controverso e affascinante insieme: secondo una delle versioni più diffuse, Shiva, non riconoscendo il figlio che Parvati aveva creato in sua assenza, lo decapitò per errore, e per rimediare gli sostituì la testa con quella del primo animale incontrato, un elefante. Da lì Ganesha divenne il simbolo di saggezza, memoria e capacità di adattarsi, qualità tradizionalmente associate proprio all’elefante.

Ogni dettaglio della sua iconografia ha un significato: la zanna spezzata, che secondo la tradizione usò come penna per trascrivere il poema epico Mahabharata sotto dettatura del saggio Vyasa, sacrificando così un pezzo di sé per la conoscenza; il topo Mushika, il suo veicolo, che rappresenta il desiderio tenuto sotto controllo nonostante le piccole dimensioni; la pancia generosa, simbolo di prosperità e accoglienza. In India, ma anche in Nepal e in altre zone dell’Asia meridionale, la sua immagine compare all’ingresso di case, negozi e uffici, quasi sempre come primo saluto a chi entra, e ogni anno, durante il festival del Ganesh Chaturthi, migliaia di statue vengono immerse nei fiumi e nel mare a conclusione delle celebrazioni.

Per chi colleziona le sue statue, come capita a me, ogni versione racconta anche qualcosa del luogo dove è stata scolpita.

Le divinità induiste più rilevanti per chi viaggia in India hanno una guida dedicata sul blog, con tutti i simboli da riconoscere nei templi.

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Pubblicato: 25/08/2026
Seguimi nelle Rickshaw Run Himalaya

Seguitemi in diretta durante la Rickshaw Run Himalaya

di Max Pubblicato: 21/08/2026
India Scritto da Max

Tra qualche giorno lascio per un po’ le strade che racconto di solito su ViaggioControMano per salire su un mezzo decisamente poco comodo: un tuk-tuk. Insieme a Valter parteciperò al Rickshaw Run Himalaya, una traversata dell’India in tuk-tuk.

Si parte da Manali in Himalaya e si scende verso sud, tra passi himalayani e dune del Rajasthan, per un totale stimato tra i 1500 e i 2000 chilometri.

Il percorso esatto lo decideremo strada facendo, ci sono delle strade che vorremmo percorrere che richiedono permessi speciali, come la Spiti Valley, quindi aggiungiamo un pizzico di imprevedibilità che non guasta mai.

Ne parlo con più dettagli sull’altro blog (che curo insieme a Valter): 2diCorsa.it, un sito dedicato proprio a questa sfida su tre ruote.

Visto che l’India, le divinità indù e gli itinerari un po’ fuori dagli schemi sono un po’ il mio marchio di fabbrica, mi sembrava interessanti darvi modo di seguirci nella nostra avventura.

Cos’è il Rickshaw Run Himalaya

Il Rickshaw Run Himalaya è un’avventura non competitiva: niente classifiche, nessuna strada obbligata, solo un punto di partenza, uno di arrivo e un tuk-tuk con un make-up adatto all’occasione. Gli equipaggi scelgono in autonomia come muoversi tra un checkpoint e l’altro, quindi il percorso reale dipende da scelte, imprevisti e strade che a un certo punto smettono semplicemente di collaborare.

Come potete seguirci in diretta

Per seguirci basta il link. Gli organizzatori ci hanno fornito un’app che trasforma lo smartphone in un GPS: mentre guidiamo, la nostra posizione si aggiorna su una mappa, consultabile da chiunque abbia l’indirizzo, senza bisogno di registrazioni o account.

👉🏼 Seguiteci sulla mappa in diretta del Rickshaw Run Himalaya dal 2 settembre 2026.

Se notate il puntino fermo per un paio d’ore, ci auguriamo che non sia un guasto: magari ci siamo fermati a bere un chai, oppure stiamo discutendo col tuk-tuk per convincerlo a ripartire.

Un occhio di Ganesha lungo la strada

Sul tuk-tuk abbiamo fatto dipingere anche Ganesha, la Divinità dalla Testa di Elefante che colleziono da anni in versione statuetta e che considero un po’ la mia ispirazione nei momenti in cui le cose si complicano.

Nella tradizione induista lui intercede per rimuovere gli ostacoli lungo il cammino, quindi speriamo se ne occupi anche sulle strade sterrate del nostro percorso, dove gli ostacoli veri (buche, valichi, un motore che ogni tanto fa di testa sua) restano comunque un problema nostro.

Come salvare la mappa sul telefono

Per ritrovare la mappa senza cercarla ogni volta tra i link, conviene salvarla come icona sulla schermata Home.

💡Come salvare la mappa sulla Home dello Smartphone

* Su iPhone si apre il link in Safari, si tocca l’icona di condivisione (il quadrato con la freccia verso l’alto) e si sceglie “Aggiungi alla schermata Home”.
* Su Android si apre il link in Chrome, si tocca il menu con i tre puntini in alto a destra e si sceglie “Aggiungi a schermata Home”, opzione che a volte compare come “Installa app”, ma che fa esattamente la stessa cosa.

Ecco ancora una volta il link:
👉🏼 Seguiteci sulla mappa in diretta del Rickshaw Run Himalaya (dal 2 settembre 2026).

Un piccolo contributo per l’ambiente

Il viaggio è collegato anche a una raccolta fondi per Cool Earth, un progetto di tutela delle foreste tropicali. Non serve una cifra minima: anche un contributo piccolo conta.

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Ci vediamo lassù, o meglio: ci vedrete lassù, voi comodi da casa, noi molto meno comodi su un tuk-tuk.

Per saperne di più sull’India

India, destinazione senza compromessi. Un salto indietro nel tempo in una terra di grande misticità, capace di grandi fasti e di grandi miserie, ma sempre con una propria dignità e con un portamento elegante. Ad ogni passo c’è qualcosa da scoprire, in questa terra capace di grande ospitalità e dove, da viaggiatori, ci si sente sempre i benvenuti.

Prima di tutto il bagaglio: leggete l’articolo cosa mettere in valigia: la lista da stampare per il viaggio perfetto. Non dimenticare di infilare nel bagaglio anche un buon libro: provate a dare un’occhiata ai miei libri preferiti nell’articolo 10 libri (e oltre) per la tua vacanza in India, senza parlare di Yoga

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Cultura

Se vi interessa la cultura informatevi sui luoghi sacri dell’induismo e sulle regole di comportamento. Altri argomenti interessanti per avvicinarsi a questa fantastica destinazione sono descritti negli articoli chi sono i Sadhu indiani e cosa fanno, le caste in India e gli Intoccabili Dalit, il Festival di Holi e la Festa dei Colori.

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Antiche Religioni

Per approfondire la conoscenza sul variegato pantheon indiano leggete la sacra Trimurti e cenni su Brahma, Shiva il Distruttore, Vishnu ed i suoi Avatara, Ganesha dalla testa di elefante o Surya, il Dio del Sole indiano. Senza dimenticare che il buddhismo è nato in India, un occasione per visitare i luoghi del Buddha a Sarnath.

Tradizioni Tribali

Se, come me amate le tradizioni fate un salto nel passato dell’India Tribale, e scoprite le tribù dell’Orissa, i Kutia Kondh, i Dongria Kondh ed i Bonda, li ho incontrati nei mercati tradizionali e mi hanno affascinato.

Arrivederci presto!

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Pubblicato: 21/08/2026
Il baci: la cerimonia dei fili bianchi che porta fortuna

Il BACI: la cerimonia dei fili bianchi che porta fortuna

di Max Pubblicato: 21/08/2026
Curiosità dal Mio Oriente Scritto da Max

Un filo di cotone bianco legato al polso può significare un augurio, una protezione, un benvenuto. In Laos è quasi impossibile non incontrarlo.

Il baci, chiamato anche sou khuan, è una delle cerimonie più diffuse e sentite del Laos, praticata prima di un viaggio, dopo una nascita, in occasione di un matrimonio o semplicemente per accogliere un ospite importante. Alla base c’è una credenza precisa: il corpo umano sarebbe custodito da trentadue khuan, spiriti o energie vitali legati a diverse parti fisiche e psicologiche della persona, che tenderebbero a disperdersi nei momenti di cambiamento o di stress, lasciando l’individuo più vulnerabile. La cerimonia serve a richiamarli e a fissarli di nuovo al corpo attraverso fili di cotone bianco, legati ai polsi da un anziano della comunità o da un mor phon, l’officiante che guida il rito, mentre vengono recitate benedizioni per salute, fortuna e serenità. Nelle cerimonie più importanti possono essere invitati più mor phon insieme, ognuno con un proprio stile nella recitazione delle formule.

Al centro della stanza viene preparata una struttura decorativa, il phakhuan, fatta di foglie di banano piegate a cono e ornata con fiori, riso, uova bollite e a volte piccole banconote, attorno alla quale si dispongono i partecipanti. Chi riceve i fili viene invitato a tenerli per almeno tre giorni prima di toglierli, e mai tagliandoli con delle forbici: si slacciano con le dita, un gesto che nella tradizione preserva l’augurio ricevuto. Per i visitatori che si trovano coinvolti in un baci, spesso durante una festa o un evento organizzato, è un’esperienza che va oltre il souvenir fotografico: è una delle porte più dirette per capire come il Laos intenda il rapporto tra corpo, comunità e buona sorte.

Le cerimonie legate ai khuan tornano anche in altri momenti della vita lao, dai matrimoni ai lutti.

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